
narratologia Analisi delle forme e delle strutture della narrazione. Il termine, introdotto da T. Todorov nel 1969, è usato per designare un indirizzo di studi critico-letterari di derivazione strutturalista. Come punto di partenza è generalmente assunta l’analisi condotta da V. Propp sulle «funzioni narrative» delle fiabe russe. Di qui, attraverso il contributo di linguisti, antropologi, teorici del cinema, sono partiti i tentativi di individuare un modello teorico universale delle strutture narrative ovvero una grammatica del racconto, che hanno conosciuto il massimo sviluppo in Francia negli anni 1960 (R. Barthes, A.J. Greimas, C. Bremond, T. Todorov). Nei decenni successivi alcuni studiosi (G. Genette, S. Chatman, G. Prince, M. Bal, P. Hamon) hanno cercato di fondare una teoria della narratività attraverso una maggiore attenzione alle modalità e alle tecniche della narrazione, recuperando anche indicazioni di romanzieri e teorici anglosassoni estranei alle scuole strutturaliste (H. James, E.M. Forster, P. Lubbock, W. Booth). Di particolare rilievo sono in Italia gli studi di C. Segre, M. Corti, D’A.S. Avalle, U. Eco.
spazialiżżare v. tr. [der. di spaziale], non com. – Attribuire caratteristiche spaziali, considerare collocato nello spazio. In partic., nel pensiero del filosofo fr. H. Bergson (1859-1941), tempo spazializzato, la concezione del tempo attribuita alle scienze positive (in partic. alla fisica), in quanto lo rappresentano nella forma a esso inadeguata dello spazio, in cui il flusso continuo della pura durata (v. durata, n. 2 b) appare come una successione di momenti irrelati e identici tra loro (come, per es., quelli rappresentati dal movimento delle lancette contro il quadrante di un orologio).
temporizzare
[tem-po-riʒ-ʒà-re]v.tr.
aus. avere
(tecn.) regolare a tempo, far funzionare a intervalli di tempo predisposti
ritmo s. m. [dal lat. rhythmus, gr. ῥυϑμός, affine a ῥέω «scorrere»]. – Il succedersi ordinato nel tempo di forme di movimento, e la frequenza con cui le varie fasi del movimento si succedono; tale successione può essere percepita dall’orecchio (con alternanza di suoni e di pause, di suoni più intensi e meno intensi, ecc.), o dall’occhio (come alternanza di momenti di luce e momenti di ombra, di azioni e pause, di azioni fra loro simili e azioni di diverso tipo, ecc.), oppure concepita nella memoria e nel pensiero: avere, non avere il senso del r.; r. regolare, costante; r. continuo, intermittente; r. lento, veloce, sempre più veloce e, iperb., r. concitato, frenetico, indiavolato; accelerare, rallentare il r.; in relazione all’impressione psicologica che esso produce: r. monotono, stanco, ossessionante. In partic.: 1. a. Con riferimento a impressioni acustiche: r. di una nenia, r. di un tamtam; colpi, spari che si succedono con r. costante. Per metonimia, nell’uso corrente, composizione di musica leggera, per lo più jazz, in cui la cadenza ritmica ha, nell’esecuzione, la prevalenza sulla melodia: un r. lento, vivace; l’orchestra ha eseguito un r. jazzistico, brasiliano. Per il sign. partic. del termine nel linguaggio musicale, v. oltre. b. Con riferimento a impressioni visive: il faro si accende e si spegne con r. regolare; spec. di movimenti: l’ingranaggio si muove con un r. velocissimo; r. di un’oscillazione, di un pendolo; r. di danza; camminare, muoversi a r. di danza, con passi, mosse studiati in modo che ne risulti un movimento armonico, come di danza; r. di un esercizio ginnico. c. Con riferimento a più impressioni o sensazioni concomitanti: r. cadenzato di marcia; battere il tamburo con r. rapido; r. della respirazione; r. della pulsazione delle vene, delle arterie; r. del cuore, o delle pulsazioni cardiache; disturbi di r., l’irregolare succedersi delle contrazioni cardiache, dovuto a cause diverse (v. aritmia). 2. a. Successione ordinata, a regolari intervalli di tempo, con cui si svolge un fenomeno, si sviluppa un organismo: ritmo delle stagioni; il r. di crescita di un organismo, animale o vegetale; il r. dell’eosinofilia nel sangue, nell’uomo; il r. del ciclo mestruale; r. biologico, sinon. di bioritmo; il r. delle migrazioni, dell’ibernazione, per alcuni animali; il r. di apertura o di chiusura dei fiori, degli stami, ecc., in certe piante, in determinate ore del giorno. b. Con riferimento ad attività varie, lo svolgersi più o meno celere e intenso delle loro varie fasi: r. di gioco, r. di lavoro; il r. della vita, delle attività umane, e un r. di vita tranquillo, affannoso; la vita moderna si svolge con ritmi frenetici; aumentare, diminuire il r. della produzione; imprimere un nuovo r. a un’associazione, a un’organizzazione. Riferito ad azioni narrate o rappresentate: lo scrittore espone la vicenda con r. incisivo; la narrazione procede a r. serrato, susseguendosi cioè rapidamente le sue varie fasi (e, per estens., le indagini proseguono a r. serrato); r. di un romanzo, di un dramma, di un film. c. Frequenza di successione di un fatto, di un fenomeno, cioè il numero delle volte che esso si ripete entro un certo tempo: r. delle vendite; r. delle partenze e degli arrivi; r. delle nascite. R. di un’arma da fuoco automatica, il numero di colpi che può sparare in un minuto primo (lo stesso che celerità di tiro). 3. In senso fig., di forme statiche che si succedono armonicamente nello spazio e non nel tempo (motivi ornamentali, linee di un disegno, masse architettoniche, ecc.), quasi che il loro succedersi fosse un’immagine di movimento: r. di un fregio, di una composizione pittorica; r. di un colonnato, di una serie di archi; r. delle linee di una facciata, di un edificio. In sedimentologia, regolare e ripetuta alternanza di due o più tipi litologici, che si succedono costantemente a causa del ripetersi e del perdurare delle medesime condizioni di disposizione. 4. In musica, uno degli elementi costitutivi (insieme alla melodia e all’armonia) del linguaggio musicale, ossia quello che si riferisce ai rapporti di durata intercorrenti tra i suoni in successione diacronica, nonché all’organizzazione, ordinata o no, di tali durate; il ritmo organizzato e dotato di un’accentuazione periodica prende il nome di metro o tempo: r. (o metro o tempo) binario, ternario, a seconda che il valore complessivo della battuta sia di due o di tre unità di tempo. Il termine è anche, talvolta, sinon. di inciso ritmico: r. anacrustico, r. tetico, r. acefalo a seconda che l’inciso cominci, rispettivam., in levare, in battere o con una pausa che sostituisce la prima nota; r. maschile, r. femminile, a seconda che l’inciso conclusivo di una frase musicale sia, rispettivam., tronco (cioè si concluda in battere) o piano (in levare). 5. a. Nella metrica, l’alternarsi, in un verso, di sillabe toniche e sillabe atone secondo determinate leggi: scandire il r. di un verso, leggerlo in modo da mettere in risalto tale alternanza; riferito alla metrica classica, e in partic. alla lettura moderna (in cui si accentano le arsi, generalmente lunghe, dei metri): r. trocaico, r. giambico e anapestico, ecc., a seconda che si accenti la prima o l’ultima sillaba del piede o del metro di quel tipo. In prosa, il succedersi degli accenti di frase, in genere senza leggi fisse (eccetto in qualche caso come nel cursus della prosa d’arte medievale), ma secondo il gusto e la sensibilità di chi scrive o parla. b. Il componimento stesso che è caratterizzato dall’opposizione di sillaba tonica a sillaba atona, rispetto al verso classico basato sulla quantità sillabica e vocalica. In partic., nome di alcuni componimenti poetici medievali in volgare, che somigliano ai ritmi latini soprattutto perché costituiti da più o meno lunghe serie di versi senza schema metrico fisso, distribuiti in lasse disuguali tra loro, in ciascuna delle quali c’è o di gran lunga prevale una sola rima o assonanza: R. cassinese; R. laurenziano; R. di s. Alessio.
rìtmica s. f. [femm. sostantivato dell’agg. ritmico; cfr. gli usi sostantivati già in gr. (ῥυϑμική, sottint. τέχνη) e nel lat. tardo (rhythmĭca o rhythmĭce, sottint. ars)]. – 1. In musica, la parte della teoria che studia le relazioni tra i suoni riferite al valore temporale dei suoni stessi, nonché i diversi modi di organizzazione ordinata delle loro durate. 2. Sinon. meno com. di metrica nel senso di studio dei fenomeni inerenti alla poesia ritmica.
semiotica Scienza generale dei segni, della loro produzione, trasmissione e interpretazione, o dei modi in cui si comunica e si significa qualcosa, o si produce un oggetto comunque simbolico.
1. Scienze della comunicazione
1.1 S. antica e premodernaIl termine s. (o semiologia), è stato proposto da C.S. Peirce e C. Morris; tuttavia, semiotics in Peirce riprende la denominazione semeiotiké (con cui J. Locke intendeva la dottrina dei segni, in particolare di quelli più comuni, le parole), che risale a Galeno e si ritrova in J.H. Lambert, il quale nel Neues Organon (1764) propone una s. come studio della conoscenza simbolica in genere e del linguaggio. In effetti, la s. si può far risalire molto indietro nel tempo, rintracciandone alcuni fondamentali presupposti nell’Organon di Aristotele, nella distinzione stoica di significante e significato, nei trattati dei modisti del 13°-14° sec. (R. Bacone, Sigieri di Courtrai, Tommaso di Erfurt) e nella linguistica razionalista e ‘cartesiana’ di Port Royal, ricostruendone le vicende fino a Settecento inoltrato, da F. Bacone, T. Hobbes e G.W. Leibniz a J. Locke e a Lambert, fino alla s. degli Idéologues (A.-L.-C. Destutt de Tracy, J.-M. Degérando), purché si faccia attenzione alla sua sostanziale diversità rispetto alla s. come ‘scienza moderna’. Ciò che domina nella s. antica e premoderna, sei-settecentesca, sono la concezione nomenclatoria del significante e la concezione referenzialista del significato, che presuppongono l’idea del segno come ‘rappresentante’ formato dal significante (identificato con l’aspetto fonico-acustico) e dal significato (identificato con il concetto o con l’oggetto denotato).
1.2 S. modernaUna s. moderna si profila proprio con Peirce, che pone le basi di una teoria filosofica in cui hanno forte rilievo la nozione di semiosi illimitata (il processo di continua riformulabilità dei significati dei segni: un segno sta per un oggetto solo perché la sua funzione di rappresentanza può essere espressa da un altro segno, detto interpretante, che la riformula possibilmente in modo più esplicito; la semiosi è allora la riorganizzazione continua del nesso segno-oggetto), la distinzione tra modello e realizzazione di un segno, cioè tra ‘tipo’ di segno e sua concreta occorrenza, e la suddivisione di tre tipi diversi di segni, ossia icone, indici e simboli, a seconda che il rapporto con il referente sia di similarità, come nelle icone, di contiguità (il significante degli indici è collegato da rapporti reali con la cosa significata), o convenzionale (il significante del simbolo rinvia all’oggetto in base a una regola).
Morris, a sua volta, sullo sfondo di un’originale sintesi tra pragmatismo e temi di analisi linguistica ripresi dal neopositivismo, propone importanti contributi alla s., suddividendo la ‘scienza generale dei segni’ in pragmatica (che analizza i ‘rapporti dei segni con i loro interpreti’, cioè con chi li riceve, li produce e li comprende), semantica (che studia i rapporti dei segni con ciò che designano) e sintattica (che si occupa dei rapporti formali dei segni tra loro), e promuovendo un incontro tra s. ed estetica.
Ma è soprattutto con F. de Saussure e L. Hjelmslev che si afferma la teoria semiotica moderna. Essi sottolineano lo statuto formativo del significante e del significato, considerati come classi astratte da Saussure e da Hjelmslev come condizioni formali, e Hjelmslev propone la nozione di ‘funzione segnica’, intesa come correlazione di due sistemi formali di differenze, dell’espressione e del contenuto, che costituiscono ciò che chiama sistema semiotico. Essi caratterizzano poi nozioni come quelle di codice e di commutazione, di rapporti sintagmatici e associativi, di sincronia e diacronia, di sistema come meccanismo produttivo di segni, di unità minime differenziali dal significante, di senso e atto semico. Su queste basi la s., insieme con linguistica ed estetica, ha conosciuto un vasto sviluppo, cui già diede impulso E. Cassirer con la Philosophie der symbolischen Formen (1923-29), e al quale hanno contribuito a vario titolo e con diverse prospettive teoriche, non sempre coincidenti con quelle di Saussure e Hjelmslev, J.N. Tynianov, I. Mukařovsky, e R. Jakobson, A. Martinet ed E. Benveniste, compresi quei semiotici slavi, come J.M. Lotman e B.A. Uspenskij, che sono stati i primi a teorizzare l’analisi dei ‘sistemi modellizzanti secondari’, cioè di tutti quei sistemi semiotici, diversi dalle lingue, in cui si esprimono specifici modelli di concezione del mondo e di elaborazione umana della realtà (dai miti al folclore, dalle religioni all’arte).
1.3 La s. nella cultura italianaNella cultura italiana sono stati coltivati vari tentativi di servirsi della s. per analizzare le complesse stratificazioni di senso dei testi letterari (C. Segre, M. Corti, D’A.S. Avalle), così come sono state tentate diverse trasposizioni delle teorie e delle tecniche di analisi della s. ai fenomeni artistici (visivi, filmici, architettonici). Questi tentativi hanno trovato in E. Garroni con il suo Progetto di semiotica (1972) e U. Eco con il Trattato di semiotica generale (1975) i teorici che più si sono interrogati sulla possibilità di una costruzione rigorosa della s. come scienza. Di fronte alla tendenza verso una ‘semiotizzazione’ generale e pressoché incontrollata delle scienze umane, iniziata già negli anni 1960, in un momento in cui erano ancora forti l’illusione scientista della s. e la fiducia nella possibilità di una s. delle arti, Eco, in Lector in fabula (1979) e in altri suoi testi, ha mostrato l’insufficienza di una s. dei codici e la necessità della sua integrazione con una pragmatica. Ma è stato soprattutto Garroni, in Ricognizione della semiotica (1977), a esaminare le pretese totalizzanti della s. a valere come ‘teoria generale dei segni’ e in particolare come s. dell’arte. Con tale ricognizione si è mostrato che la s. ha mal posto il problema fondamentale da cui dovrebbe derivare il suo stesso statuto scientifico, quello del concetto di significato e delle sue condizioni di possibilità. Garroni ha sostenuto inoltre che non ha senso parlare di ‘linguaggi artistici’ e dei rispettivi ‘codici’, da cui sarebbero selezionabili i relativi messaggi e significati. Se la s. non è riuscita a costruire quei presunti codici, ciò dipende da una ragione teorica insuperabile: dal fatto che nel caso dei prodotti artistici si ha a che fare con procedimenti in cui l’operatività dell’uomo si manifesta esaltando la propria autonomia e costruttività. Quei processi operativi risultano sì da un’applicazione di quelle stesse condizioni intellettuali che rendono possibili la semiosi e il linguaggio, ma con la differenza che tali condizioni non si specificano in essi così come si specificano nel linguaggio, cioè in un sistema regolato da strutture ‘forti’ (grammaticali, costrittive).
2. S. giuridica
È lo studio del diritto dal punto di vista semiotico, inteso cioè come insieme di segni linguistici che costituiscono il linguaggio e i discorsi. Nel linguaggio giuridico, che è essenzialmente normativo, a ogni norma sono collegati determinati comportamenti. Poiché non sempre, però, il discorso giuridico contiene prescrizioni, ovvero espressioni deontiche (come il verbo dovere o il sostantivo obbligo), si rende necessario interpretare le norme, ossia i testi linguistici, per risalire al loro contenuto prescrittivo riferito a comportamenti umani.
3. S. musicale
Disciplina che studia il rapporto fra l’universo dei suoni e quello delle immagini non sonore. Sottosezione della s. generale, ne ha ereditato i metodi, ponendosi però specificamente il compito di sviluppare una teoria della comunicazione musicale. Tuttavia, la matrice linguistica che caratterizza i suoi aspetti più sistematici, pur rappresentando un ampliamento degli strumenti dell’analisi musicologica, si è spesso rivelata fuorviante e poco adatta per la specificità del fenomeno musicale. Dopo essersi sviluppata rapidamente a cavallo degli anni 1970 e 1980, la s. musicale è divenuta non tanto una disciplina a sé stante, quanto un supporto metodologico per altre discipline (analisi musicale, psicologia della musica, pedagogia e sociologia musicale).
I suoi tre ambiti di ricerca si concentrano intorno a significante, significato e codice. Per significante si intende il suono, che la s. descrive come fenomeno culturale (e non meramente acustico). Lo studio del significante ha utilizzato sia strumenti propri dell’analisi musicale, sia mezzi di altre discipline, mutuando per es. dalla linguistica griglie tassonomiche (sulla segmentazione del linguaggio musicale in singole unità e sulla loro distinzione in categorie) o alcuni concetti di ispirazione generativo-trasformazionale (per es. sulla possibile formulazione di grammatiche musicali). Più problematica la questione del significato. In questo ambito gli studi di s. musicale hanno cercato una propria via ispirandosi alla teoria psicoanalitica, a quella di J. Piaget, o basandosi su ricerche sperimentali relative alle risposte agli stimoli sonori. Lo studio del codice (il sistema delle convenzioni, quasi sempre implicite, grazie alle quali un insieme di significanti rinvia a un insieme di significati) si è rifatto ai metodi delle scienze sociali, analizzando i fenomeni di invenzione, diffusione e accettazione collettiva degli strumenti di comunicazione sonora.
1. Definizione
La pragmatica è il settore degli studi linguistici e semiotici che si occupa del rapporto fra i segni e i loro utenti, ovvero dell’uso dei segni, che ha sempre luogo in un contesto. Preannunciata dal filosofo americano Charles Morris negli anni Trenta del Novecento come necessario completamento della sintassi (studio delle relazioni fra segni) e della semantica (studio delle relazioni fra segno e designato), ha avuto un rapido sviluppo a partire dagli anni Sessanta sotto lo stimolo di filosofi del linguaggio quali John L. Austin, John R. Searle e Paul Grice. I campi principali della pragmatica sono lo studio della deissi (➔ deittici), dell’azione linguistica e del senso implicito (➔ illocutivi, tipi). Le ricerche di pragmatica si sono diramate in molte direzioni anche grazie ai contatti fra linguistica, sociologia, psicologia e antropologia. Recentemente ha avuto grande sviluppo il settore della pragmatica cognitiva, che si occupa dei modi in cui la mente elabora enunciati e testi.
2. Dimensioni principali
Nella definizione data da Morris nel 1938, la pragmatica si differenzia dalla sintassi e dalla semantica perché prende in considerazione l’utente di un sistema di segni: il soggetto che usa un linguaggio per esprimersi e comunicare. Dell’utente contano, in pragmatica, la collocazione spazio-temporale e sociale, ma anche le intenzioni, le credenze e altri stati mentali, l’agire e il recepire l’agire altrui. Ma parlare di utente, oltre a introdurre la nozione di soggetto, richiama il fatto che i sistemi di segni, i linguaggi, vengono usati. La pragmatica si caratterizza quindi per il fatto che studia i linguaggi non nella loro struttura, non per i rapporti segno-significato che instaurano, ma nel loro uso. Non è un caso se l’impulso determinante per lo sviluppo della pragmatica come campo di studi interdisciplinare venne proprio dalla filosofia del linguaggio ordinario (movimento degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, in Inghilterra) che tanto fortemente si è richiamata all’uso del linguaggio. La nozione di uso, poi, richiama anche il contesto in cui l’attività verbale ha luogo.
Ogni uso di segni, ogni produzione di senso avviene in un ➔ contesto situazionale, cioè in determinate coordinate spazio-temporali, da parte di un certo individuo dotato di certe proprietà sociali e interazionali, per certi destinatari, nel corso di una certa attività, nell’ambito di una certa scena sociale. Contemporaneamente, ogni uso di segni si contestualizza nel contesto cognitivo del soggetto: ciò che questi sa o crede del mondo e in particolare del contesto situazionale, ciò che desidera o intende fare, ciò che dà per scontato, ciò che ritiene di condividere con il suo uditorio. Il contesto insomma, come contesto situazionale, contesto cognitivo, o la combinazione di ambedue, decide sul riferimento, sul significato, sull’appropriatezza e la validità degli atti linguistici, sulla presenza e l’esplicitabilità del senso implicito. Secondo recenti approcci che si definiscono contestualisti, decide addirittura sul senso (sul contenuto, o pensiero espresso) di ogni enunciato, perché nel momento in cui un enunciato è usato in un contesto si determina l’esigenza di precisarne e arricchirne il senso, a scanso di interpretazioni fuorvianti.
Poiché l’uso di una lingua tipicamente si oppone al linguaggio stesso come sistema, nel suo studio si sono formati approcci che prestano attenzione a modi di produzione di senso non dipendenti dal (solo) sistema, non basati (solo) su un codice. Alcune linee di ricerca pragmatica hanno quindi sottolineato il ruolo delle inferenze nella comunicazione: là dove il significato non è codificato, si è sostenuto che viene ricostruito per inferenza. Il largo spazio dato alla nozione di inferenza nella pragmatica contemporanea, soprattutto nella pragmatica cognitiva, può richiamare alla mente il pragmatismo di Charles Peirce, per cui la conoscenza è sempre mediata e con ciò inerentemente inferenziale, il pensiero stesso è mediazione, e la nozione di segno è fondata su rapporti di carattere inferenziale. Nel contrapporre codice e inferenza si è ipotizzato che il senso fondato inferenzialmente possa essere primario rispetto a quello codificato e che la semantica lessicale di una lingua incorpori via via codificazioni di sensi dapprima prodotti solo inferenzialmente. Al di là di questo rapporto privilegiato con la nozione di inferenza è carattere distintivo delle ricerche di pragmatica l’attenzione per l’adattabilità dei sistemi linguistici (Verschueren & Brisard 2009).
3. Momenti salienti nello sviluppo della pragmatica
Nello sviluppo della pragmatica da metà Novecento a oggi si sono impegnati numerosi studiosi di campi disciplinari diversi, dalla filosofia alla linguistica, dall’antropologia alla sociologia e alle scienze psicologiche e cognitive. Fra i filosofi che si sono occupati di tematiche pertinenti alla dimensione pragmatica del linguaggio e hanno così contribuito alla formazione e al consolidamento della pragmatica si devono ricordare, oltre a Morris, anche Rudolf Carnap e Richard Montague, che hanno sviluppato l’analisi formale del significato, Ludwig Wittgenstein, che per primo ha presentato il linguaggio come un insieme di attività a loro volta radicate nelle forme di vita delle culture umane, e i già citati filosofi del linguaggio ordinario Austin e Grice. A quest’ultimi si devono rispettivamente la nozione di atto linguistico e quella di cooperazione conversazionale (➔ conversazione), che hanno avuto in pragmatica un’influenza particolarmente ampia e duratura.
Mentre linguisti e sociolinguisti si familiarizzavano con la teoria degli atti linguistici abbozzata da Austin (1962) e sviluppata da Searle (1969), tale impostazione si è incontrata e in parte scontrata con i nuovi approcci sociologici al linguaggio orale e alla conversazione. L’analisi della conversazione e l’etnometodologia hanno rivendicato la ricerca sul campo, con rigorosi metodi osservativi, in opposizione agli esempi costruiti a tavolino da filosofi e linguisti teorici. La ricerca interdisciplinare sull’interazione verbale ha conquistato uno spazio assai ampio nell’universo della pragmatica, ora in alternativa alla teoria degli atti linguistici, ora in dialogo con essa.
Dalla teoria della cooperazione conversazionale di Grice ha invece preso ispirazione la corrente di studi detta «teoria della pertinenza» (Sperber & Wilson 1986), che ha dato luogo negli anni a un paradigma di ricerca molto duttile e fortunato. Ad essa principalmente si deve la nascita della pragmatica cognitiva, settore delle scienze cognitive che si occupa dei processi contestualizzati e inferenziali della comprensione linguistica.
3.1 La filosofia del linguaggio ordinario
La filosofia del linguaggio ordinario è un movimento filosofico attivo soprattutto negli anni Quaranta e Cinquanta nelle università inglesi di Oxford e Cambridge, che reagiva al neopositivismo logico e alla sua riduzione del linguaggio dotato di senso a discorso assertivo, scientificamente verificabile. Forte fu l’influenza esercitata da Wittgenstein, che insegnò a Cambridge a partire dal 1929 allontanandosi progressivamente dalla sua precedente teoria filosofica (che era stata una delle fonti d’ispirazione del neopositivismo). Wittgenstein insisteva sulla molteplicità degli usi del linguaggio, sull’idea che il significato di un’espressione è il modo stesso in cui la usiamo, e sulla necessità di comprendere bene il funzionamento del nostro linguaggio ordinario al fine di evitare il sorgere di problemi filosofici privi di soluzione. Sempre a partire dagli anni Trenta, a Oxford Gilbert Ryle avviò un’analisi degli usi ordinari di espressioni filosoficamente interessanti e potenzialmente fuorvianti, in ampia sintonia con il lavoro di Wittgenstein.
Austin, attivo a Oxford dalla fine degli anni Trenta e nell’immediato secondo dopoguerra, fu un personaggio centrale della corrente oxoniense. Quando morì, nel 1960, la filosofia del linguaggio ordinario era ormai vicina a concludere la sua parabola. Grice la continuò a modo suo rivisitandone e ridefinendone alcune tematiche e dando così un impulso determinante alla pragmatica.
Austin già nel 1946 aveva proposto la nozione di enunciato performativo, sostenendo che l’uso di io prometto in un enunciato come io prometto di comportarmi meglio non ha carattere descrittivo (non descrive, cioè, un atto interiore di promessa), ma è parte integrante dell’esecuzione della promessa. In Come fare cose con le parole, corso tenuto a Harvard nel 1955 e pubblicato postumo (Austin 1962), egli considera l’enunciato performativo come caso esemplare in cui il linguaggio si rivela come azione, ed estende la proposta di considerare il linguaggio come azione a tutti gli altri suoi usi, inclusi quelli di carattere descrittivo e assertivo. Nasce così la teoria degli atti linguistici.
Austin riteneva che ogni enunciato sottostia, in quanto atto linguistico, a due livelli di valutazione: il primo riguarda la sua felicità o buona riuscita (il suo riuscire a costituire un’azione appropriata di un certo tipo); il secondo riguarda la sua corrispondenza ai fatti, se cioè date le circostanze, gli scopi della conversazione e lo stato del mondo, ciò che è stato detto/fatto fosse la cosa giusta da dire/fare (Austin 1962; trad. it. 1987: 106; per gli atti linguistici di carattere assertivo, questa seconda valutazione è la valutazione secondo verità/falsità). La priorità della felicità sulla correttezza (o verità) comporta il riconoscimento di lacune di valore di verità, e più in generale il carattere non automatico di quella corrispondenza fra circostanze di valutazione e valore di verità che, secondo la visione prevalente nella filosofia analitica del linguaggio, è costitutiva del senso (o intensione o contenuto) dell’enunciato. Austin così entra in conflitto con la definizione del significato in termini di condizioni di verità che, iniziata con Gottlob Frege e il Wittgenstein del Tractatus logico-philosophicus, è rimasta una costante delle molteplici versioni della filosofia analitica del linguaggio successive al 1960.
Da questa scomoda posizione si scostò Grice, a cui si deve anzitutto un’analisi del significato in termini di intenzioni del parlante (Grice 1989; trad. it. 1993: 219-231). Fra gli usi del verbo inglese to mean c’è il «voler dire» di un parlante, quello che Grice chiama «significato non-naturale» e che non è basato su una relazione ‘naturale’ di rinvio fra il segno e qualche cosa nel mondo, bensì sul fatto che un soggetto produce il segno con un’intenzione complessa, che comprende l’intenzione che la propria intenzione venga riconosciuta e che venga soddisfatta proprio perché viene riconosciuta. Il significato – che per definizione appartiene alla dimensione semantica – in quanto significato non-naturale viene a dipendere dalle intenzioni di un soggetto, che appartengono alla dimensione pragmatica del rapporto del segno con il suo utente. In secondo luogo, nelle lezioni su Logica e conversazione tenute a Harvard nel 1967 (apparse postume in forma completa nel 1989), Grice ridefinisce l’uso ordinario del linguaggio come uso nell’ambito di uno scambio conversazionale diretto a uno scopo, in cui ciascun partecipante si attende dall’altro contributi cooperativi. In questa prospettiva ciò che un parlante ‘dice’ può nuovamente identificarsi con le condizioni di verità del suo enunciato, mentre rimane possibile che ciò che il parlante ‘vuole dire’ vada al di là del significato in termini di condizioni di verità e sfrutti le aspettative del ricevente nell’ambito della cooperatività conversazionale per comunicargli implicitamente, facendoglieli inferire, ulteriori o diversi contenuti.
Si delinea così un compromesso fra le esigenze dell’uso ordinario del linguaggio e quelle della semantica vero-condizionale, che ha reso possibile una divisione di compiti fra diversi approcci al linguaggio. Per Grice ogni enunciato assertivo può essere detto o vero o falso in base a ciò che ‘dice’, indipendentemente da considerazioni di appropriatezza: lo studioso di pragmatica può così lasciare il logico al suo mestiere, pur non rinunciando a occuparsi del senso complessivo che l’enunciato viene ad avere per il fatto di essere proferito nel corso di una conversazione presunta come cooperativa.
3.2 Il movimento conversazionalista
Se la filosofia si era preoccupata (con Austin e Searle) di elaborare una prospettiva sul linguaggio come attività e persino come azione e (con Grice) di render conto del ruolo del soggetto nei confronti della produzione di senso, aveva fatto questo in modo astratto e discutendo quasi esclusivamente esempi immaginari. Nulla garantisce che il linguaggio funzioni davvero come il filosofo sostiene, fin tanto che non si dimostra che le persone parlano effettivamente così.
La prospettiva sociologica sulla conversazione è l’esatto inverso di quella filosofica. Da sociologi come Harvey Sacks e Emmanuel Schegloff, la conversazione è vista come un’attività sociale, che ha regole tacite che possono essere identificate e studiate osservando, registrando, analizzando il comportamento dei partecipanti. Con tale osservazione sul campo, minuziosa e documentata, si scoprono le regole dell’alternanza dei turni, i principi e le aspettative che governano le sequenze di turni conversazionali (coppie, terne, coppie incassate l’una nell’altra, ecc.), le regole che consentono ai parlanti di scambiarsi il turno tempestivamente senza però interrompersi o sovrapporsi. Si studiano le violazioni delle regole, per es. i vari tipi di interruzione e sovrapposizione, e se ne valutano le implicazioni per l’interazione conversazionale. Si notano e analizzano le piccole anomalie, le esitazioni, le pause, la loro collocazione nel turno o nella sequenza di turni. Si studiano le ripetizioni, le riformulazioni, i chiarimenti che vengono a volte richiesti, a volte direttamente offerti dal parlante quando gli sembri di essere stato frainteso, identificando in questi meccanismi di auto- o etero-correzione un metodo per raggiungere quel coordinamento intersoggettivo che costituisce la reciproca comprensione.
Altri sociologi, sociolinguisti, antropologi hanno reso via via più complesso e sfumato il panorama delle metodologie adatte ad affrontare sul campo il linguaggio orale e la pratica della conversazione: da ricordare, oltre al precedente costituito dalle analisi microsociologiche proposte da Erving Goffman, perlomeno l’etnometodologia di Harold Garfinkel, l’approccio sociolinguistico alla conversazione e alla sua contestualizzazione di John Gumperz, le analisi di Charles Goodwin volte a sottolineare la co-costruzione delle interazioni verbali, e il trasferimento di metodologie conversazionaliste ed etnometodologiche a contesti di ricerca antropologica (si veda Duranti 2000).
Attraverso questa complessa rete di ricerche l’attenzione degli studiosi interessati alla dimensione pragmatica del linguaggio si è estesa in pochi decenni a ricoprire una gamma sempre più vasta di generi discorsivi e testuali, modalità comunicative, tipi di eventi linguistici, contesti sociali e culturali.
3.3 La svolta inferenziale
Grice aveva delineato percorsi inferenziali per la derivazione di sensi impliciti. Cogliendo il suo suggerimento, ma criticando serratamente il dettaglio delle sue proposte, Dan Sperber e Deirdre Wilson (1986) hanno elaborato una teoria ostensivo-inferenziale della comprensione linguistica, che individua come principio motore di ogni interpretazione il principio di pertinenza, secondo cui ogni fatto percepito come espressione della volontà di un soggetto di rendere qualcosa manifesto viene elaborato in modo da renderlo pertinente in modo ottimale. La pertinenza ottimale consiste, secondo questi autori, nel miglior equilibrio fra quantità di conseguenze che si possono derivare dalle premesse già disponibili (incluso l’enunciato da interpretare) e lo sforzo di elaborazione richiesto. Mentre per Grice si poteva entrare o uscire da una situazione di cooperatività, per Sperber e Wilson ogni comunicazione o funziona secondo il principio di pertinenza o non funziona affatto. Con questo principio e le sue innumerevoli possibili applicazioni, la teoria della pertinenza è riuscita a rendere conto di una gran quantità di fenomeni riguardanti il senso implicito di testi, enunciati, o elementi lessicali.
Tale approccio inferenziale alla comprensione linguistica è stato esteso anche al campo degli atti linguistici, che vengono quindi visti più sotto il profilo dell’intenzione comunicativa che sotto quello dell’azione, e del ‘detto’, cioè delle condizioni di verità dell’enunciato ovvero della proposizione da esso espressa. Si è infatti notato che a volte il valore di verità di contenuti proposizionali che vengono compresi inferenzialmente grazie al principio di pertinenza contribuisce a stabilire il valore di verità degli enunciati in cui questi ricorrono. Sperber e Wilson introdussero perciò la nozione di esplicatura: ciò che un enunciato ‘dice’ (le sue condizioni di verità), ma che può essere compreso solo grazie a inferenze basate sulla pertinenza. Ne è seguita una vasta esplorazione delle potenzialità e delle conseguenze di questa nozione, che puntano nella direzione del contestualismo semantico, in quanto la proposizione espressa da un qualsiasi enunciato si trova a essere determinata non solo dall’enunciato stesso e dalle regole della lingua, ma anche dal contesto in cui esso è proferito e dalla sua elaborazione contestuale secondo pertinenza.
Mentre Grice offriva una ricostruzione razionale del senso implicito che non aveva la pretesa di cogliere le modalità effettive della sua elaborazione mentale e men che mai cerebrale, la teoria della pertinenza ha proprio questa pretesa. È sua ambizione proporre un modello della mente umana che spieghi in dettaglio il funzionamento del linguaggio e della comunicazione e che magari possa essere confrontato con le sue basi neurofisiologiche. La teoria della pertinenza ha così aperto la strada alla pragmatica cognitiva (per cui si veda Bianchi 2009), campo in cui si discutono la struttura modulare della mente, il ruolo della cosiddetta teoria della mente, cioè quello specifico settore delle nostre competenze cognitive che ci serve per riconoscere gli altri come soggetti e attribuire loro stati mentali indipendenti dai nostri (è questo settore che funziona male in caso di condizioni patologiche come l’autismo), l’esistenza e la precisa forma dei percorsi che ci rendono possibile risolvere rapidamente anche se spesso in modo approssimato i nostri problemi di comprensione. I problemi della pragmatica cognitiva vengono affrontati anche con metodo sperimentale (Noveck & Sperber 2004).
Da Grice e sempre nella direzione di un approfondimento sia linguistico che cognitivo dell’apparato inferenziale da lui delineato hanno preso le mosse anche gli studi di autori che si sono detti neo-griciani, quali Larry Horn e Stephen Levinson. I neo-griciani non pongono alla base della comunicazione linguistica un unico principio, ma un gruppo di regole di carattere euristico che possono essere anche in tensione fra loro. Levinson (2000) ha sostenuto che in queste regole si esprimono esigenze di economia della comunicazione linguistica in quanto la produzione di enunciati, costretta alla linearità, crea un ‘collo di bottiglia’ fra i molteplici bisogni comunicativi del soggetto e le parole che effettivamente può, una per volta, pronunciare. Mentre la teoria della pertinenza rende contestuali e ad hoc tutte le inferenze che servono alla comprensione, secondo Levinson l’applicazione di certe strategie euristiche è trasversale ai contesti, e quindi a mezza via fra la produzione di senso contestualizzata e la standardizzazione o addirittura la cristallizzazione di inferenze divenute abituali all’interno del codice della lingua. La sua teoria ha così l’ambizione di cogliere direzioni di evoluzione diacronica.
4. Fenomeni studiati dalla pragmatica
Tradizionalmente si considerano come afferenti alla pragmatica tre tipi principali di fenomeni linguistici: la deissi, gli atti linguistici e gli impliciti (Levinson 1983).
Si intende per deissi l’insieme dei fenomeni linguistici che implicano un ricorso al contesto sia richiedendo la conoscenza di aspetti del contesto ai fini della loro interpretazione, sia riflettendo, nella propria struttura, aspetti del contesto (➔ deittici). Lo studio degli atti linguistici si occupa della considerazione delle produzioni linguistiche effettive sotto il profilo delle attività e azioni che nel produrle vengono eseguite. Infine, lo studio degli impliciti comprende l’esplorazione dei modi in cui un enunciato o un testo possono comunicare senso implicito, cioè non facente parte del contenuto esplicitamente ‘detto’. Il confine fra ‘detto’ e ‘implicito’ non è fissato univocamente da tutti gli approcci teorici che hanno affrontato la questione; ma anche in assenza di una delimitazione precisa del campo, le molte forme di implicito che sono state individuate risultano riconoscibili nei testi naturali orali e scritti, confermando la diffusione e l’importanza del fenomeno degli impliciti per lo studio del linguaggio e della comunicazione.
4.1 La deissi
I fenomeni linguistici della deissi dipendono dalla più generale dimensione indicale dei segni. Un segno è un indice, secondo una definizione che risale a Peirce, quando le informazioni che dà dipendono dal suo essere in relazione naturale con un qualche aspetto della situazione in cui viene prodotto. Così, nella lingua, troviamo espressioni le cui occorrenze possono essere interpretate e comprese solo grazie al loro collegamento con certi aspetti del contesto, diversi per espressioni diverse, che il ricevente dovrà notare e tenere presenti. Ci sono espressioni (deissi personale: io, tu, noi, voi; ➔ personali, pronomi) che possono essere interpretate, quanto al loro riferimento, solo tenendo conto di chi è che parla e a chi si rivolge, ed espressioni (deissi spaziale: qui, là, questo, quello) che possono essere interpretate solo conoscendo il luogo del proferimento, ovvero (deissi temporale: ora, ieri, oggi, domani) il momento del proferimento. Il campo di tali espressioni può essere diversamente articolato in lingue diverse, facendo parte del lessico, ma può svolgere funzione deittica anche la morfologia: ad es., in italiano, le marche flessionali dei tempi verbali possono costituire deissi temporale.
Nei campi della deissi personale, spaziale e temporale la filosofia del linguaggio (con il contributo determinante di David Kaplan) ha distinto l’indicalità pura dalla dimostratività. Le espressioni indicali pure possono essere interpretate esclusivamente in relazione ai valori di certi parametri contestuali. Le espressioni dimostrative, invece, richiedono l’accompagnamento di un gesto dimostrativo o di qualche aspetto del testo o del contesto che consentano di identificare a che cosa precisamente è rivolta l’intenzione dimostrativa del parlante. Così, mentre io è un indicale puro, lui (anche quando usato in modo deittico) va considerato un dimostrativo.
L’apparato della deissi spaziale e temporale (e della deissi di persona, limitatamente alle terze persone) può avere usi anaforici anziché deittici, quando un elemento rimanda a un referente indirettamente, tramite il rinvio a un’espressione referenziale altrove utilizzata nel testo (➔ anafora). Questo stesso apparato può servire alla deissi del discorso, quando viene usato per far riferimento a parti precedenti e seguenti dello stesso testo (come abbiamo detto qui sopra; a questa obiezione si può rispondere che ...; Levinson 1983).
I fenomeni della deissi possono esser visti anche come riflesso nella lingua di strutture proprie del contesto. In effetti, ad es., i deittici spaziali riflettono la segmentazione, ritenuta socialmente rilevante, dell’ambiente di una conversazione (nell’italiano contemporaneo, la sfera d’azione del parlante in contrapposizione a quanto escluso).
Quest’aspetto dei fenomeni deittici è particolarmente rilevante nella deissi sociale, che è l’insieme dei fenomeni deittici connessi allo status sociale dei partecipanti a un incontro e riflette le differenze sociali ritenute pertinenti ai fini dell’appropriatezza della conversazione. Se altre lingue (ad es., il giapponese) hanno sistemi complessi di espressioni onorifiche, nell’italiano contemporaneo si tratta della scelta fra Lei e tu (➔ allocutivi, pronomi; ➔ saluto, formule di) e di poche alternative riguardanti le espressioni da usare nei vocativi (cfr. Bazzanella 2005: 143-146).
4.2 L’atto linguistico
Vari autori del Novecento, fra i quali K. Bühler, Wittgenstein, E. Benveniste, R. Jakobson, hanno considerato il parlare come un’attività. Sulla pragmatica, come detto sopra (§ 3.1), ha avuto particolare influenza la nozione di atto linguistico elaborata da Austin (1962). Nella risultante teoria degli atti linguistici, il proferimento di qualsiasi enunciato viene considerato come un’azione del parlante, e si distingue fra il significato che l’enunciato esprime e il modo in cui l’enunciato è usato, cioè la sua forza. È compito della teoria degli atti linguistici spiegare in quali sensi e sotto quali condizioni proferire delle parole è fare qualcosa, e fornire il quadro concettuale per descrivere e comprendere i vari tipi di attività o azione linguistica.
Lo studio dell’atto linguistico in senso lato comprende anche aspetti applicativi e interdisciplinari riguardanti l’analisi del discorso e dell’interazione verbale.
4.2.1 La teoria degli atti linguistici. Austin (1962; trad. it. 1987: 42) dette inizio alla sua analisi dell’«atto linguistico totale nella situazione linguistica totale» tracciando distinzioni fra i diversi sensi in cui dire qualcosa è fare qualcosa. Possiamo descrivere un atto linguistico in qualità di atto locutorio (o locutivo; locutionary act), cioè come atto di dire qualcosa, un dire. Oppure come atto illocutorio (o illocutivo; illocutionary act): un fare nel dire. O infine come atto perlocutorio (o perlocutivo; perlocutionary act): un fare realizzato per mezzo del dire.
Per Austin, l’atto locutivo ha a sua volta vari aspetti: l’atto fonetico, che consiste nell’emettere certi suoni; l’atto fàtico, cioè l’atto di pronunciare suoni di certi tipi, conformi a certe regole (certe parole in una certa costruzione, con una certa intonazione); l’atto rètico, cioè l’atto di usare le parole con un certo senso e un certo riferimento. Quando riferiamo un atto locutivo, possiamo concentrarci sull’atto fàtico e semplicemente citare le parole pronunciate (nella forma del ➔ discorso diretto), oppure concentrarci sull’atto rètico e usare il ➔ discorso indiretto che riferisce senso e riferimento e non è tenuto a riportare le medesime parole pronunciate (disse «Sono stanco» rispetto a disse che era stanco). Ecco alcuni esempi:
(1) – Dicevo ..., – mugolò il burattino a mezza voce, – che oramai per andare a scuola mi pare un po’ tardi (Collodi 1973: 100; è riferita la particolare qualità dell’atto fonetico)
(2) – Dove l’avete preso? – esclamò indicando i resti del cartello pubblicitario che, essendo di legno compensato, era bruciato molto in fretta (Calvino 1969: 48; è riferito l’atto fàtico, sottolineandone l’intonazione)
(3) Mi disse che gli pareva io volessi recidere anche quel tenue filo di speranza che vi era ancora (Svevo 1988: 47; è riferito l’atto rètico)
Ci riferiamo all’atto illocutivo (➔ illocutivi, tipi) quando descriviamo un atto linguistico usando verbi come ordinare, consigliare, promettere, affermare, chiedere, ringraziare, protestare, che concentrano l’attenzione sul modo in cui il parlante ha usato il suo enunciato o, più precisamente, sulla forza illocutiva del suo atto linguistico: l’atto illocutivo che, nel dire ciò che dice, ha eseguito. Gli atti illocutivi sono compiuti conformemente a convenzioni e devono perciò soddisfare un certo numero di ‘condizioni di felicità’ o di successo: secondo Austin (1962), dev’esserci una procedura convenzionale accettata per compiere l’atto, i partecipanti e le circostanze devono essere appropriati, la procedura deve essere eseguita in modo corretto e completo, e ci si aspetta che i partecipanti abbiano stati interiori appropriati e tengano successivamente un comportamento coerente. La procedura per eseguire l’atto è in alcuni casi completamente linguistica (affermare, richiedere, consigliare, promettere), in altri casi (protestare, giurare, votare, nominare a una carica) può includere comportamenti extralinguistici.
Nei seguenti esempi viene riferita l’esecuzione di atti illocutivi:
(4) – O il Pescecane dov’è? – domandò voltandosi ai compagni.
– Sarà andato a far colazione, – rispose uno di loro ridendo.
– O si sarà buttato sul letto per fare un sonnellino, – soggiunse un altro ridendo più forte che mai (Collodi 1973: 107)
(5) – Possiamo farti navigare per il fiume tirando il barcone da riva con la fune, – propose Filippetto, e già aveva mezzo slegato l’ormeggio (Calvino 1969: 38)
(6) Mi raccomandò d’indurre l’ammalato a restar coricato più a lungo che fosse possibile (Svevo 1988: 52)
Austin, nel descrivere l’atto illocutivo, ne specifica tre tipi di effetti: l’assicurarsi la ricezione, cioè far sì che il significato e la forza dell’atto linguistico vengano compresi; l’entrata in vigore, cioè la produzione di uno stato di cose convenzionale; la sollecitazione di una risposta o seguito, cioè il fatto che l’atto invita a un certo tipo di comportamento successivo da parte di almeno uno dei partecipanti. L’effetto di ricezione è condizione necessaria per l’ottenimento degli altri due e in particolare dell’effetto convenzionale, che in quanto tale è fondato sull’accordo intersoggettivo (Sbisà 1989). La ricezione ha una funzione determinante nel rendere effettivo l’impegno preso dal parlante-narratore:
(7) – Quando ritorna? –
– Domani o forse più tardi! – risposi io già incerto. Poi più deciso: – Certamente vengo domani! – Quindi, in seguito al desiderio di non compromettermi troppo, aggiunsi: – Continueremo la lettura del Garcia. –
Ella non mutò di espressione in quel breve tempo: assentì alla prima malsicura promessa, assentì riconoscente alla seconda e assentì anche al mio terzo proposito, sempre sorridendo (Svevo 1988: 179-180)
La ricezione dell’atto illocutivo è resa possibile dalle forme linguistiche che segnalano la forza illocutiva dell’enunciato, ossia dal tipo di atto illocutivo che viene eseguito: gli indicatori illocutivi. Sono indicatori illocutivi il modo del verbo (➔ imperativo invece che ➔ indicativo o ➔ condizionale; ➔ modi del verbo), il tempo (➔ futuro invece che ➔ presente o passato), la struttura sintattica della frase (interrogativa piuttosto che dichiarativa), la presenza di verbi modali (potere, dovere, volere; ➔ modali, verbi), la presenza di certi ➔ avverbi o ➔ congiunzioni (sicuramente, infatti, tuttavia; ➔ modalità), l’➔intonazione o, nello scritto, l’interpunzione.
L’atto illocutivo può anche essere eseguito, quando sorga il bisogno di renderne esplicita la forza, mediante un enunciato ‘performativo’ che contiene un verbo illocutivo alla prima persona del presente indicativo attivo (io ti prometto che ..., io ti ordino di ...). Un atto illocutivo formulato mediante indicatori può essere riformulato come enunciato performativo:
(8) – Da oggi in poi voglio mutar vita.
– Me lo prometti?
– Lo prometto (Collodi 1973: 100)
Le forme linguistiche caratteristiche di un certo tipo di atto illocutivo sono a volte usate per eseguire un atto illocutivo di tipo diverso. Si tratta di atti illocutivi indiretti (Searle 1975), formulati per ragioni di cortesia (➔ cortesia, linguaggio della) prendendo a prestito indicatori propri di atti illocutivi dal carattere meno impositivo o privi di sottintesi potenzialmente imbarazzanti (➔ mitigazione). La comprensione della forza illocutiva indiretta può essere lasciata a inferenze dell’ascoltatore, oppure avvalersi di routines standardizzate, le cui motivazioni comunque risiedono nelle implicazioni che le forme linguistiche usate hanno per la ‘faccia’ degli interlocutori. Ad es., non sempre per formulare richieste, preghiere, comandi, ordini si usano enunciati di tipo imperativo, anzi spesso si utilizzano, con l’eventuale aiuto di verbi modali o del modo condizionale, le forme linguistiche della domanda o dell’affermazione. Ecco alcuni esempi (da Benincà et al. 1977) in ordine di crescente cortesia:
(9)
a. c’è da telefonare alla libreria
b. ci sarebbe da telefonare alla libreria
c. telefoneresti alla libreria?
d. ti dispiacerebbe telefonare alla libreria?
e. puoi telefonare alla libreria?
f. potresti telefonare alla libreria?
g. ti sarei grato se telefonassi alla libreria
Searle (1969) e Bach & Harnish (1979) hanno messo in primo piano l’aspetto intenzionale dell’atto illocutivo, facendo riferimento alla nozione di significato come intenzione del parlante proposta da Grice (cfr. sopra § 3.1). L’intenzione illocutiva, per questi autori, viene soddisfatta mediante il proprio stesso riconoscimento e la comprensione del significato e della forza è l’unico tipo di effetto proprio dell’atto illocutivo (Searle 1975: 77). Altri autori (fra cui Sbisà 1989) hanno invece ritenuto costitutivo dell’atto illocutivo anche il suo effetto convenzionale. Questo è definibile in termini di trasformazioni nella competenza degli interlocutori (ad es., riguardo a ciò che possono o devono fare o non fare) che l’atto linguistico produce per il solo fatto di essere capito e accettato come atto illocutivo, ben riuscito, di un certo tipo.
Infine, il dire qualcosa ha conseguenze sui sentimenti, pensieri o azioni dei partecipanti. Quando riferiamo queste conseguenze attribuendone la responsabilità al parlante parliamo del suo atto perlocutivo, ad es. un atto di convincere o persuadere, allarmare, dissuadere, far fare. L’esecuzione di un atto perlocutivo non dipende dalla soddisfazione di condizioni convenzionali, ma dall’effettiva produzione di certe conseguenze psicologiche o comportamentali. Austin (1962) distingue gli obiettivi perlocutivi, conseguenze sollecitate dall’atto illocutivo in virtù della sua forza (ad es., mettere all’erta, come conseguenza dell’avvertire; far fare, come conseguenza dell’ordinare), dai seguiti perlocutivi, conseguenze che vengono suscitate dall’atto linguistico senza che vi sia una connessione regolare con il tipo di forza illocutiva che esso ha (qualunque atto illocutivo in circostanze appropriate può, ad es., allarmare o sorprendere).
I verbi e altre espressioni che descrivono atti o effetti perlocutivi non sono usati per introdurre il discorso riportato ma possono comunque comparire nelle descrizioni di eventi linguistici:
(10) – Se gli è grosso! ... – replicò il Delfino. – Perché tu possa fartene un’idea, ti dirò che è più grosso di un casamento di cinque piani ...
– Mamma mia! – gridò spaventato il burattino (Collodi 1973: 94)
(11) Con mezze parole e allusioni, promettendo a ciascuno d’informarlo, appena ne fosse stato ben sicuro, d’un posto pieno di tinche conosciuto da lui solo, riuscì a farsi prestare un po’ dall’uno un po’ dall’altro un arsenale da pescatore il più completo che si fosse mai visto (Calvino 1969: 81)
Va notato che l’atto perlocutivo non è un gesto in più da parte del parlante e non richiede neppure che il parlante abbia un’intenzione in più (un effetto perlocutivo può essere ottenuto senza volere).
4.2.2Atti linguistici e interazione verbale. Come si è accennato, sociolinguisti e antropologi hanno trovato ispirazione nell’idea che parlare sia un’attività e che nel parlare si eseguano azioni di rilevanza sociale. Molte ricerche di tipo sociologico hanno studiato la conversazione come attività in cui si svolgono continue operazioni di coordinamento fra gli interlocutori o addirittura una co-costruzione dell’evento interazionale. La linguistica antropologica ha studiato in culture diverse i modi in cui avvengono sia conversazioni informali che eventi interazionali maggiormente strutturati.
Il metodo dell’analisi conversazionale (per cui cfr. Fele 2007; ➔ conversazione) richiede la registrazione (possibilmente con mezzi sia audio che video) di eventi interazionali e la trascrizione delle parole pronunciate dai partecipanti effettuata tenendo conto di aspetti di volume, intonazione, enfasi, ritmo, di suoni non linguistici e pause, e delle sovrapposizioni fra un parlante e l’altro. Il coordinamento fra i partecipanti si esprime nell’alternanza dei turni, che risponde a regole ben identificabili, la cui violazione risulta significativa. Le interruzioni di un parlante da parte di un altro o le sovrapposizioni fra parlanti presentano una ricca fenomenologia, il cui studio consente di identificare punti di rilevanza transizionale all’interno dei turni conversazionali (i punti in cui è possibile considerare un turno conversazionale come completo e attivare il meccanismo dell’alternanza), problemi relazionali fra i parlanti espressi attraverso la competizione per avere la parola, e diversi valori che il rispetto o il mancato rispetto del principio per cui si parla uno per volta possono assumere a seconda del contesto sociale e culturale.
Nelle sequenze conversazionali si sono identificate coppie in cui a una prima parte (ad es., una domanda, un invito) ci si attende che segua un’altra corrispondente (ad es., una risposta, un’accettazione / rifiuto) oppure terne in cui a una mossa di apertura segue una reazione e a questa un commento. Un turno può contenere più atti linguistici: ad es., il secondo turno di (12). Un atto linguistico può essere eseguito in più turni, come la seguente richiesta:
(12) Cliente [della Penguin]: volevo sapere se aveva due testi dello Stuart Mill.
Commesso: + Dica pure.
Cliente: Eh uno è Representative government, - e l’altro The subjection of woman (Gavioli & Mansfield 1990: 191-192)
L’analisi della conversazione, specialmente se in prospettiva etnometodologica, vale a dire senza applicare alle attività dei partecipanti categorie che non provengano in qualche modo dai partecipanti stessi, permette di seguire da vicino il gioco di parziali fraintendimenti, richieste di correzione, riformulazioni, gioco che consente la negoziazione di versioni condivise dell’argomento della conversazione e dello stesso evento interazionale in corso.
Le ricerche sull’interazione verbale non fanno necessariamente riferimento a tipologie di atti illocutivi e ai loro indicatori; tuttavia è possibile combinare l’attenzione per le modalità di realizzazione di turni e sequenze con quella per le trasformazioni della relazione fra parlante e interlocutore che vengono indotte, per tacito accordo a volte soggetto a implicito negoziato, dall’esecuzione di atti illocutivi. Nella prosecuzione dell’es. (12), è mediante un implicito negoziato, che comprende momenti polemici e mosse di riparazione, che il commesso vede riconosciuta la propria competenza (messa in dubbio dalla domanda del cliente: «Sicuro?») e il cliente la propria ansia di trovare i libri richiesti:
(13) Commesso: No e no.
Cliente: Sicuro? - Eh neanche uno?
Commesso: Vuole che glielo giuri?
Cliente: Hh. - Hh, no, perché la mia ultima speranza è qui.
Commesso: = No, son da richiedere fuori, da importare, due mesi per ottenerli.
Cliente: Ho capito (Gavioli & Mansfield 1990: 192)
Negli esempi (12) e (13) la virgola indica intonazione sostenuta, il punto intonazione discendente, il punto interrogativo intonazione ascendente, la lineetta ‘-’ una breve pausa, il simbolo ‘=’ un cambio di turno senza pausa.
Un altro aspetto delle relazioni interpersonali che si studia mediante l’analisi di interazioni verbali reali è la dimensione della cortesia. La scelta di essere più o meno cortesi influenza la scelta di eseguire certi atti illocutivi piuttosto che altri, il modo in cui gli atti illocutivi vengono formulati (esplicito, implicito, diretto, indiretto) e la precisa strategia impiegata, come pure la messa in atto di operazioni di mitigazione (o intensificazione) dell’atto linguistico.
4.2.3Segnali discorsivi. Nel parlare, e più ancora nello scrivere, ci dedichiamo costantemente anche a dare una strutturazione alla nostra attività linguistica. Quest’opera si avvale di ➔ segnali discorsivi (Bazzanella 1994: 145-174), elementi linguistici che indicano quale funzione svolge una parte di un testo o di un turno conversazionale nell’ambito del testo o conversazione cui appartiene. I segnali discorsivi hanno funzioni metatestuali, cioè rivolte primariamente alla strutturazione del testo o del turno conversazionale, quali quelle di connettivi, demarcativi, focalizzatori, indicatori di riformulazione o parafrasi, ma anche funzioni interazionali, cioè rivolte al coordinamento con l’interlocutore. Queste ultime possono riguardare la presa di turno, il monitoraggio dell’attenzione, il controllo della ricezione, la manifestazione di accordo o disaccordo fra interlocutori.
Alcuni segnali discorsivi con funzione di ➔ connettivi sono al tempo stesso indicatori illocutivi per atti quali la spiegazione (infatti, cioè), l’esemplificazione (ad esempio), l’obiezione (ma, però, tuttavia), il trarre una conclusione (dunque, allora, quindi). Ciò però non esaurisce il loro contributo alla strutturazione dell’attività linguistica: è tipico dei segnali discorsivi essere polifunzionali. Ad es., ma e allora possono fungere da segnali di presa di turno (come anche e ed ecco), o da meccanismi d’interruzione, e in queste funzioni possono alternarsi o assommarsi a svariati altri segnali discorsivi dalle forme linguistiche eterogenee (pronto, un momento, scusa, insomma).
4.3 Il senso implicito
Non tutto ciò che un atto linguistico comunica è detto esplicitamente dalle parole usate. Ciò si può vedere facilmente provando a dare una parafrasi di un qualsiasi breve testo. Nel tentativo di rendere un testo con altre parole, si fanno emergere aspetti del suo senso che le parole originali lasciavano impliciti, e aspetti espliciti diventano impliciti. La corretta ed esauriente comprensione di un testo perciò comprende sia quanto esso dice esplicitamente, sia il suo senso implicito. E possiamo a pieno titolo dire che comprendiamo il senso implicito di un testo, quando siamo in grado di formularlo, al bisogno, anche esplicitamente. Ci sono impliciti che dipendono dai contenuti dell’enunciato o del discorso e dal contesto situazionale o cognitivo, e altri, più legati alla struttura della lingua, che sono attivati da caratteristiche linguistiche dell’enunciato o del testo.
Gli impliciti nel loro complesso si possono suddividere in presupposizioni e implicature. Le presupposizioni sono enunciati la cui verità viene data per scontata, in quanto fungono da precondizioni dell’evento comunicativo o da sfondo comune su cui esso può essere compreso; le implicature sono enunciati che possono essere inferiti dal fatto che l’evento comunicativo si sta svolgendo in un certo modo e forniscono informazioni aggiuntive o correttive nei confronti del senso esplicitamente formulato nel testo.
Le implicature a loro volta comprendono impliciti che dipendono dalle precise parole usate dal parlante oppure dal contenuto espresso e dalle caratteristiche dell’evento comunicativo o del suo contesto.
4.3.1Presupposizioni. Le presupposizioni sono enunciati di cui deve essere assunta la verità affinché l’enunciato che le attiva possa risultare appropriato, ossia costitutivo di un atto linguistico felice; e il cui contenuto perciò, in uno scambio comunicativo, conta come informazione data per scontata. Se un enunciato dichiarativo ha una presupposizione, solitamente anche l’enunciato dichiarativo che lo nega ha la medesima presupposizione, e se una presupposizione di un enunciato dichiarativo risulta falsa, l’inappropriatezza risultante può rendere questo enunciato non valutabile dal punto di vista della verità o falsità (Levinson 1983; Sbisà 2007). Ad es., un enunciato come:
(14) Dopo la seconda guerra mondiale, la Venezia Giulia perse le province di Pola e di Fiume (da un manuale scolastico; Sbisà 2007: 60)
presuppone che (a) c’è stata la seconda guerra mondiale: se non ci fosse stata, la questione della perdita delle province di Pola e di Fiume non si porrebbe. Inoltre presuppone che prima della seconda guerra mondiale le province di Pola e di Fiume (b) esistevano e (c) appartenevano alla Venezia Giulia. Se l’enunciato dicesse (falsamente dal punto di vista storico, ma qui non importa):
(15) Dopo la seconda guerra mondiale, la Venezia Giulia non perse le province di Pola e di Fiume
la situazione affermata come attuale sarebbe diversa (Pola e Fiume sarebbero rappresentate come tuttora appartenenti alla Venezia Giulia) ma le informazioni presupposte (a), (b) e (c) rimarrebbero le stesse.
La nozione di presupposizione è stata allargata a comprendere tutte le assunzioni che un parlante fa assumendo che siano condivise dall’uditorio (Stalnaker 1973). In questa concezione, i parlanti possono avere presupposizioni che non si rispecchiano in alcun modo nella forma linguistica dei loro enunciati e che non sono da essi recuperabili. Si tratta di presupposizioni che rientrano nel non detto più che nell’implicito.
Ma per il linguista e ai fini dell’analisi del discorso, le presupposizioni più interessanti, che costituiscono autentico senso implicito, sono quelle che si rispecchiano nella forma linguistica. Gli attivatori di presupposizione, da cui dipende la riconoscibilità delle presupposizioni da associare a un enunciato, comprendono elementi lessicali (verbi fattivi come sapere, verbi di cambiamento di stato come smettere, espressioni iterative come di nuovo) e fenomeni morfosintattici (la descrizione definita, cioè il sintagma nominale con l’articolo definito, come la seconda guerra mondiale; le frasi scisse, come fu dopo la seconda guerra mondiale che ...; i pronomi interrogativi; le relative non restrittive: le province di Pola e di Fiume, che ora appartengono alla Croazia ...; frasi concessive e temporali; gerundi e participi aggiunti) e formano un vasto insieme dalle proprietà non sempre omogenee.
Un esempio con più presupposizioni:
(16) I tribuni della plebe avevano smesso di difendere i diritti del popolo (da un manuale di storia; Sbisà 2007: 59)
Questo enunciato presuppone: (a) che esistevano i tribuni della plebe (attivatore: i tribuni della plebe); (b) che il popolo di cui si parla [il popolo romano] aveva dei diritti (attivatore: i diritti del popolo); (c) che i diritti del popolo venivano o potevano venir attaccati (attivatore: difendere); (d) che in tempi precedenti, i tribuni della plebe avevano difeso i diritti del popolo (attivatore: avevano smesso).
Anche i focalizzatori come anche, persino, addirittura sono attivatori di presupposizione, per es. l’enunciato:
(17) Merita apprezzamento anche l’opinione pubblica italiana (da un quotidiano; Sbisà 2007: 67)
presuppone che qualcun altro [in questo caso, il governo] oltre all’opinione pubblica italiana merita apprezzamento.
Le presupposizioni linguisticamente segnalate possono veicolare informazione nuova, che risulta particolarmente persuasiva in quanto riceve lo statuto privilegiato di informazione la cui verità è data per scontata.
4.3.2Implicature convenzionali. Le implicature sono inferenze che vengono derivate non dal contenuto di un enunciato in virtù di relazioni di conseguenza logica, ma dal fatto che un certo enunciato è stato effettivamente prodotto. Alcune implicature, quelle convenzionali, dipendono dal significato convenzionale di singole parole usate nell’enunciato. Le implicature convenzionali si differenziano dalle presupposizioni linguisticamente segnalate in quanto non sono precondizioni della felicità dell’atto linguistico eseguito; quando sono false, non dobbiamo aspettarci alcuna ricaduta sulla verità / falsità dell’enunciato che le attiva. Inoltre, a differenza delle presupposizioni, quando viene introdotta una negazione tali implicature generalmente cambiano di contenuto. Secondo la teoria della pertinenza, le implicature convenzionali equivalgono a un significato procedurale, cioè a istruzioni su come elaborare e mettere in relazione le altre informazioni fornite dall’enunciato.
Suscitano implicature convenzionali connettivi come ma, quindi, insomma, infatti, cioè e altri ancora. In
(18) Ha vinto “American Beauty”, come da copione. Ma è un copione scritto solo negli ultimi mesi (da un quotidiano, cit. in Sbisà 2007: 132)
si implica che il fatto che la vittoria di American Beauty sia diventata prevedibile solo negli ultimi mesi è in contrasto con l’idea che fosse scontata e, di conseguenza, che non era una vittoria tanto scontata.
Sono considerati come attivatori di implicature convenzionali anche quegli elementi lessicali che sono dotati di tono affettivo positivo o negativo, fra cui le espressioni spregiative o discriminatorie:
(19) Sentirsi anziano e non vecchio (titolo da un periodico)
(20) «avete veduto quella bella baggiana che c’è venuta?». L’epiteto faceva passare il sostantivo (Alessandro Manzoni 1988: 1275).
4.3.3Implicature conversazionali. Le implicature conversazionali sono inferenze che deriviamo dal fatto che un certo enunciato è stato prodotto, nell’ambito di una conversazione avente un certo scopo, da un parlante che è ragionevole ritenere cooperativo. La cooperatività conversazionale consiste, secondo la definizione di Grice, nel fornire un contributo conversazionale tale quale è richiesto, allo stadio in cui avviene, dallo scopo o orientamento accettato dello scambio linguistico in cui si è impegnati (Grice 1989; trad. it. 1993: 60). I requisiti a cui un contributo conversazionale deve rispondere per risultare cooperativo (detti massime di Grice) riguardano la quantità d’informazione effettivamente utile, la buona qualità dell’informazione (sincerità del parlante e fondatezza della sua affermazione), la pertinenza dell’informazione, e il modo d’espressione (che deve rendere l’informazione comprensibile).
I percorsi per l’elaborazione di implicature delineati da Grice sono razionalizzazioni a posteriori della nostra comprensione, che potrebbe anche essere semplicemente intuitiva. La teoria della pertinenza (Sperber & Wilson 1986) ha semplificato la nozione griceana di cooperatività riducendola alla sola pertinenza, ma ha anche posto la propria nozione di pertinenza (equilibrio ottimale fra il numero di conseguenze che l’ascoltatore trae dall’enunciato e sforzo di elaborazione) alla base della pragmatica cognitiva, in quanto la tendenza a elaborare gli stimoli cui attribuiamo valore comunicativo in modo da conferire loro pertinenza ottimale sarebbe una costante della cognizione umana. Si ritiene oggi probabile che nell’elaborazione di enunciati giochino un ruolo importante dei percorsi inferenziali abbreviati e standardizzati (le euristiche) che consentono di identificare una possibile implicatura in tempo reale, già durante la ricezione dell’enunciato (Levinson 2000). Un esempio:
(21) Sette bambini e un impero come quello pilotato dal marito Steven Spielberg, che la rende partecipe di ogni decisione, non impediscono a Kate Capshaw, 46 anni, di avere una vita autonoma (da un quotidiano, cit. in Sbisà 2007: 140).
Le implicature sono in questo caso: (a) ci si aspetterebbe che sette bambini e l’impero del marito impedissero a Kate di avere una vita autonoma (perché sia pertinente smentire l’ipotesi che sette bambini e un impero le impediscano di avere una vita autonoma, deve esserci l’aspettativa che lo facciano); (b) Kate ha una vita autonoma (l’informazione negativa non impediscono non dice nulla su come le cose stanno davvero e può essere considerata quantitativamente adeguata solo in quanto si può inferire da essa che Kate ha una vita autonoma).
Fra le implicature hanno un posto particolare le implicature conversazionali generalizzate che, facendo riferimento alle massime, richiedono un contesto in cui ci sia conversazione, ma non necessitano, per essere comprese, di informazioni sul contesto specifico in cui l’enunciato è emesso. Attivano implicature conversazionali generalizzate, ad es., i termini scalari, che fanno parte cioè di scale rette da rapporti di conseguenza logica, come la scala tutti > alcuni (➔ quantificatori). Mentre da tutti sono andati via si può dedurre come conseguenza logica alcuni sono andati via, dal meno informativo alcuni sono andati via, se si assume che sia stato pronunciato in una conversazione cooperativa, si può inferire per implicatura non tutti sono andati via. Le implicature scalari (cfr. Noveck & Sperber 2004: 283-300) hanno la proprietà (non spiegabile con criteri griceani) di poter essere colte dal ricevente già prima del completamento dell’enunciato.
Grice ha considerato come basata sull’implicatura conversazionale anche la produzione e comprensione di figure retoriche (➔ retorica): l’interpretazione letterale di un enunciato ironico o metaforico, infatti, renderebbe il parlante non cooperativo. Studi successivi continuano a dare un’analisi inferenziale delle figure retoriche, ma ritengono che il suo risultato riguardi ciò che l’enunciato dice e non ciò che implica. In
(22) l’asimmetria è presente anche nelle particelle elementari [...] tanto che Chien Shiung Wu, un fisico di notevole valore che lavora alla Columbia University, ha commentato che Dio dev’essere mancino (Sbisà 2007: 142)
per es., non possiamo attribuire a Chien Shiung Wu la credenza che Dio abbia mani; dobbiamo dedurre che ciò che intende dire è che l’asimmetria nel mondo naturale ha origini profonde e di carattere fondamentale.
4.3.4L’arricchimento contestuale. Alcuni impliciti che si colgono inferenzialmente sulla base di un principio di cooperazione, ovvero del principio di pertinenza, sembrano contribuire alle condizioni di verità degli enunciati dal cui proferimento vengono ricavati. Come si è detto, le inferenze che hanno queste caratteristiche sono state chiamate (da Sperber & Wilson 1986) esplicature. Studi successivi (ad es., quelli di R. Carston nell’ambito della teoria della pertinenza e di F. Recanati in quello del contestualismo semantico; cfr. Bianchi 2009: 180-213) hanno evidenziato l’ampiezza della gamma di sottintesi che vengono in ultima analisi a far parte delle condizioni di verità dell’enunciato proferito e quindi della proposizione espressa dall’atto linguistico.
Quanto al modo in cui tali sottintesi vengono attivati, si distingue fra saturazione e libero arricchimento. La saturazione completa il senso degli elementi lessicali il cui uso deve essere contestualizzato prima di poter contribuire alle condizioni di verità dell’enunciato: ad es., Paolo è alto può significare, per saturazione, «Paolo è alto per essere un bambino di sette anni» oppure «Paolo è alto per essere un giocatore di basket». L’arricchimento libero adatta al contesto il contenuto dell’enunciato nel suo insieme, permettendo così di comprenderlo secondo le intenzioni comunicative del parlante: ad es., c’è latte nel frigo può significare, per libero arricchimento, «ci sono macchie di latte nel frigo» (se stiamo parlando dello stato di pulizia del frigo) oppure «c’è un cartone di latte, non scaduto, nel frigo» (se stiamo cercando del latte da bere).
5. Il ruolo della pragmatica
Al punto in cui si è nelle ricerche, la pragmatica sembra inglobare la semantica vero-condizionale e al tempo stesso esserne condizionata (poiché la finalità di tanti processi pragmatici risulta proprio quella di determinare le condizioni di verità degli enunciati): insomma, diventata scienza cognitiva, essa ci promette di spiegare come il linguaggio funzioni nella mente.
È bene ricordare che questa trasformazione non riassorbe in sé l’intero ruolo della pragmatica nelle scienze linguistiche, sociali e umanistiche. Sotto il profilo della conoscenza della lingua, la pragmatica ci fa comprendere la ragion d’essere di parole e di forme sintattiche o testuali nei confronti delle nostre attività e azioni, e a partire da sensi contestualizzati può permettere di ipotizzare percorsi di formazione e trasformazione di aspetti del sistema linguistico. È inoltre retaggio indispensabile della pragmatica il rapporto diretto con il mondo della vita, l’impatto chiarificatore e eventualmente critico nei confronti di discorsi, incontri, pratiche linguistiche e sociali.
Fonti
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finale agg. e s. m. e f. [dal lat. tardo finalis, der. del sost. finis «fine2» e «fine3»]. – 1. agg. a. Della fine, che viene alla fine, cioè al termine di qualche cosa, quindi ultimo, conclusivo: pezzo, scena f.; esito f.; prova, esame f.; la decisione f.; atto f., l’ultimo atto di un’opera teatrale; atto f. del congresso di Vienna, il documento conclusivo; sillaba, lettera f., di una parola; giudizio f., v. giudizio, n. 1 b. In teologia morale, impenitenza f., perseveranza f., che permane sino alla fine della vita (v. impenitenza, perseveranza). In elettronica, stadio f. di un amplificatore, quello da cui si preleva l’energia per alimentare il carico; tubi o transistori f., quelli facenti parte di tale stadio. Nella teoria del canto liturgico cristiano, nota f., la nota intorno alla quale gravita e sulla quale termina la melodia, e che si trova di solito alla base o al centro della scala modale prescelta. b. Del fine, che concerne il fine, che mira a uno scopo: intenzione f.; causa finale. In sintassi, proposizioni f. (o finali s. f.), proposizioni subordinate che indicano il fine, lo scopo per cui un’azione si compie o un fatto avviene; possono avere forma esplicita, con il verbo di modo congiuntivo introdotto da una delle congiunzioni che, affinché, acciocché, perché, più raram. onde, dette appunto congiunzioni finali (per es.: «te lo dico perché tu lo sappia»; «mi pregò che lo aiutassi»), oppure implicita, con il verbo di modo infinito retto dalle prep. per, a, di, o dalle locuz. al fine di, allo scopo di e sim. (per es.: «lavora per vivere»; «mi sforzo di aiutarli», ecc.). 2. s. m. a. Ultima parte, parte finale o conclusiva: il f. di un dramma, di un romanzo, di un film; commedia con f. a effetto, a sorpresa; il f. del primo atto, l’ultima scena; in musica, il pezzo, o l’insieme organico, che conclude una composizione musicale in più parti, spec. una sonata, una sinfonia, un’opera teatrale. Nel gioco degli scacchi, la fase terminale della partita, caratterizzata dalla forte diminuzione del numero dei pezzi sulla scacchiera, dalla trasformazione del re da pezzo passivo a pezzo attivo, e dall’aumentata importanza dei pedoni, la cui promozione diventa l’obiettivo strategico preminente (si distinguono finali di torre, di cavallo, ecc.). Nel linguaggio di teatro è usato anche il superl. finalissimo per indicare l’ultimo quadro di una rivista o di una commedia musicale, in cui tutti gli attori si radunano cantando sulla scena. b. In aeronautica, l’ultimo tratto del circuito aeroportuale di atterraggio, che ha inizio quando l’aeromobile si è portato in allineamento con la pista. c. Con sign. concr., in tipografia, fregio stampato in fondo a un capitolo (detto anche finalino o finaletto). 3. s. f. a. Parte ultima, finale, in determinate espressioni: la f. della sillaba, della parola, della frase (dove è sottinteso rispettivam. lettera, sillaba, parola). b. Nella terminologia sportiva, la fase conclusiva della disputa di un concorso o di un campionato, che dovrà designare il vincitore, e alla quale sono ammessi i concorrenti che abbiano superato le semifinali: entrare in finale. In questo senso si usa anche il superl. finalissima (v. la voce). Analogam., si parla di finale in qualsiasi altra gara che si compia attraverso successive prove eliminatorie: le dieci canzoni che entreranno in finale. ◆ Dim. finalino, finalétto, come s. m., soprattutto nel sign. 2 b; accr. scherz. finalóne s. m., un gran finale, un finale d’effetto (soprattutto in opere sceniche o musicali); pegg. finalàccio s. m., un finale (di gara o d’altro) veramente brutto, disastroso. ◆ Avv. finalménte (v. la voce).
100 libri da leggere assolutamente
Iliade – Omero
Agamennone, Coefore, Eumenidi – Eschilo
Edipo Re, Edipo a Colono, Antigone – Sofocle
Ecuba, Elettra – Euripide
Le mille e una notte – AA.VV.
Inferno – Dante
Romeo e Giulietta – William Shakespeare
Don Chisciotte della mancha – Miguel de Cervantes
La vita e le opinioni di Tristram Shandy gentiluomo – Laurence Sterne
Orgoglio e pregiudizio – Jane Austen
Frankenstein – Mary Shelley
Racconti del mistero, fantastici e grotteschi – Edgar Allan Poe
Cime tempestose – Emily Brontë
Le notti bianche – Fëdor Dostoevskij
Grandi speranze – Charles Dickens
Pattini d’argento – Mary Mapes Dodge
Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carroll
Guerra e pace – Lev Tolstoj
Piccole donne – Louisa May Alcott
Ventimila leghe sotto i mari – Jules Verne
Le avventure di Tom Sawyer – Mark Twain
L’isola del tesoro – Robert Louis Stevenson
Germinal – Émile Zola
Il carteggio Aspern e altri racconti – Henry James
Il piacere – Gabriele d’Annunzio
Il ritratto di Dorian Gray – Oscar Wilde
L’interpretazione dei sogni – Sigmund Freud
Il meraviglioso mago di Oz – L. Frank Baum
Il giornalino di Gian Burrasca – Vamba
Peter Pan – James M. Barrie
Siddhartha – Hermann Hesse
Il profeta – Kahlil Gibran
La coscienza di Zeno – Italo Svevo
Viaggio al termine della notte – Louis-Ferdinand Céline
La montagna incantata – Thomas Mann
La signora Dalloway – Virginia Woolf
Il processo – Franz Kafka
Uno, nessuno, centomila – Luigi Pirandello
Alla ricerca del tempo perduto – Marcel Proust
Pietr il lettone: le inchieste di Maigret – Georges Simenon
Il mondo nuovo – Aldous Huxley
La fattoria delle magre consolazioni – Stella Dorothea Gibbons
Al dio sconosciuto – John Steinbeck
Mary Poppins – P.L. Travers
La nausea – Jean-Paul Sartre
Dieci piccoli indiani – Agatha Christie
Il deserto dei tartari – Dino Buzzati
Il mondo di ieri – Stefan Zweig
Il piccolo principe – Antoine de Saint-Exupéry
Finzioni – Jorge Luis Borges
Se questo è un uomo – Primo Levi
1984 – George Orwell
Confessioni di una maschera – Yukio Mishima
1) ILIADE
Omero (750 a.C.)
Tra i testi capitali dell’Occidente, il pilastro di tutte le narrazioni, non è un caso che da quest’opera sono scaturite molteplici traduzioni, rivisitazioni, opere teatrali, film e serie TV. Tra i classici da leggere perché agli esseri umani di ogni epoca, l’Iliade regala sempre qualcosa.
Epico.
2) AGAMENNONE – COEFORE – EUMENIDI
Eschilo (458 a.C.)
Questi drammi raccontano verità profonde e senza tempo. I personaggi sono prigionieri senza scampo di un meccanismo inesorabile, in cui vittime e carnefici si scambiano i ruoli. Li guida e sospinge non tanto un dio quanto un dramma interiore, il dramma di dover scegliere da soli: vendicare o perdonare? Soffocare o sciogliere la guerra interiore che ci strazia?
Inesorabile.
3) EDIPO RE – EDIPO A COLONO – ANTIGONE
Sofocle (496 a.C. – 406 a.C.)
Anche solo per il fatto che la modernità ha tratto ispirazione da questo autore per dar nome al complesso d’Edipo, Sofocle non è da relegare a “lettura da liceo”. Fato, vendetta, senso di giustizia sono i temi universali di questo autore da leggere assolutamente. Il fil rouge, la lucida consapevolezza dell’infelicità umana e delle forze oscure che agiscono indipendentemente dal nostro raziocinio e dalla nostra volontà.
Ancestrale.
4) ECUBA – ELETTRA
Euripide (420 – 413 a.C.)
Drammi che raccontano due donne complesse e sfaccettate, personaggi che urlano vendetta. L’odio e il torto subito sono la misura di tutte le cose, ma quando la vendetta è compiuta, il mondo torna a mostrare i propri nudi, desolati contorni e l’essere umano si scopre solo.
Sanguinoso.
5) LE MILLE E UNA NOTTE
AA.VV. (X secolo)
La raccolta di novelle (persiane, egiziane, indiane, mesopotamiche) più famosa al mondo. La voce narrante è quella di Shahrazād, figlia del gran visir. Andata in sposa a un re persiano che uccideva le mogli dopo la prima notte di nozze, escogita l’astuto piano di raccontargli una storia ogni notte, rimandando il finale alla notte seguente. Racconto dopo racconto, il re si innamora perdutamente di lei.
Esotico.
6) INFERNO
Dante (1321)
Scritta in terzine (dantesche, per l’appunto) è in genere lo spauracchio degli studenti… Ma è tra le più grandi opere della letteratura di tutti i tempi e testimonianza ineguagliabile della civiltà medievale. Un libro difficile, ma da leggere assolutamente almeno una volta nella vita.
Divino.
7) ROMEO E GIULIETTA
William Shakespeare (1594 /1596)
La storia d’amore più conosciuta al mondo, archetipo dell’amore perfetto ma avversato dalla società. Il dramma è di ispirazione medievale, e già Dante aveva inserito il nome delle due famiglie rivali nel suo Inferno. C’è chi guarda solo una delle (innumerevoli) versioni cinematografiche, ma volete mettere la soddisfazione di averlo nella propria libreria? Tra i libri d’amore da leggere assolutamente prima di morire.
Tragico.
8) DON CHISCIOTTE DELLA MANCHA
Miguel de Cervantes (1605 /1615)
Chi non ha mai sentito nominare Don Chisciotte e i suoi mulini a vento? Epigono letterario del Siglo de Oro (il Secolo d’Oro dell’Impero spagnolo), è un libro considerato da molti il primo romanzo moderno. Ha senz’altro da secoli popolato l’immaginario popolare, tanto che Don Chichotte è, oggi, per antonomasia, chiunque combatta per ideali puri e irrealizzabili.
Picaresco.
9) LA VITA E LE OPINIONI DI TRISTRAM SHANDY GENTILUOMO
Laurence Sterne (1759 / 1767)
Uno dei più grandi romanzi mai scritti, sosteneva Schopenhauer. Senz’altro è un libro divertentissimo, sperimentale, segna l’avvio della letteratura moderna e addirittura post-moderna. Vicenda fitta di personaggi, è costruita su continue, sapienti digressioni. Pensate che il protagonista compare soltanto a metà romanzo!… Tra i libri assolutamente da leggere per chi cerca una lettura sorprendente.
Spiazzante.
10) ORGOGLIO E PREGIUDIZIO
Jane Austen (1813)
È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie è il celeberrimo incipit di questo romanzo, un quadro vivace e profondo della vita nella campagna inglese di fine Settecento, tra amori e convenzioni. Poteva non essere tra i 100 libri da leggere assolutamente nella vita? Giammai.
Romantico ante-litteram.
11) FRANKENSTEIN
Mary Shelley (1818)
Mary aveva 18 anni quando iniziò questo capolavoro per scommessa. La sfida tra lei, Percy Shelley (che divenne poi suo marito) e Byron verteva sullo scrivere la storia più paurosa. In forma epistolare, il libro segue le vicende di Victor, scienziato che crea una creatura senziente e mostruosa. Romanzo gotico, è considerato il capostipite della science fiction. Perché è tra i libri da leggere assolutamente nel 2019? Perché ora si parla di AI, Intelligenza Artificiale, creazione che, alcuni pensano, potrebbe sfuggirci di mano.
Fantascientifico.
12) RACCONTI DEL MISTERO, FANTASTICI E GROTTESCHI
Edgar Allan Poe (1840-1845)
Come è nato il thriller psicologico? E la crime story? Probabilmente grazie a questi racconti. Scandagliando gli aspetti più oscuri dell’animo umano, Edgar Allan Poe dà vita a vere e proprie storie da incubo, dove i protagonisti sono in bilico tra ragione e follia, scienza e sovrannaturale, fascino e orrore. Un libro da leggere assolutamente per chi legge thriller.
Nerissimo.
13) CIME TEMPESTOSE
Emily Brontë (1847)
Una storia senza tempo, il racconto di un amore tormentato e di un legame fortissimo, indistruttibile, tra due anime fatta l’una per l’altra, Heathcliff e Catherine, almeno fino a che non entra in scena Edgar… Una fosca vicenda di odi, di sadismo e di represse passioni, narrate con uno stile teso e spirante, fra i tragici fatti, una selvaggia purezza, scrisse con ammirazione Tomasi di Lampedusa, classificandolo tra i libri bellissimi da leggere.
Puro.
14) LE NOTTI BIANCHE
Fëdor Dostoevskij (1848)
La più sognante tra le opere di Dostoevskij, autore senz’altro da leggere almeno una volta nella vita. Nelle calde notti senza tramonto di una Pietroburgo estiva e deserta, il timido e alienato protagonista vagabonda senza meta fra palazzi e canali, sognando a occhi aperti. L’incontro con un’altra notturna insonne gli farà sperare nell’amore, ma il mattino spietato lo riporterà alla realtà.
Etereo.
15) GRANDI SPERANZE
Charles Dickens (1861)
Romanzo di formazione scritto in prima persona (come David Copperfield), racconta la storia di un orfano di umili origini, Pip, che tenta di costruirsi un futuro. Dickens è un maestro della letteratura da leggere assolutamente prima di morire: ci tuffa nei pensieri di un bambino che diventa un adulto, si vive nel suo orgoglio, nei suoi sogni ingenui, nel suo desiderio di amare Estrella che lo disprezza per le sue origini.
Amaro.
16) PATTINI D’ARGENTO
Mary Mapes Dodge (1865)
Nell’Olanda di metà Ottocento, Hans e sua sorella Gretel sono pattinatori eccezionali nonostante non abbiano i mezzi per comprare pattini migliori di quelli che si sono intagliati nel legno da soli. Tra stenti, sacrifici e problemi famigliari, il lieto fine è assicurato. Commuove, insegna, stimola l’empatia e proprio per questo è un libro che ai bambini può far bene leggere, anche oggi.
Catartico.
17) ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE
Lewis Carroll (1865)
Solo apparentemente un libro per bambini, è un libro da leggere da piccoli con stupore e meraviglia, e da leggere assolutamente da adulti, con altrettanto stupore, per i paradossi, le assurdità e i nonsensi che il Reverendo Dogson – raffinato matematico – ha “nascosto” tra le righe.
Paradossale.
18) GUERRA E PACE
Lev Tolstoj (1865 – 1869)
Epopea di due famiglie, romanzo storico sullo sfondo delle guerre napoleoniche, toccante esplorazione dei lati oscuri e luminosi dell’animo umano, è tra i classici da leggere perché rimane di immutata immediatezza, con la sua rara capacità di avvincere nel profondo.
Esaltante.
19) PICCOLE DONNE
Louisa May Alcott (1869)
Un libro senz’altro datato per l’ambientazione (guerra di secessione americana, mondo di sole donne perché gli uomini erano al fronte), ma le sorelle March hanno ancora qualcosa da dire alle ragazzine di oggi, come ad esempio l’importanza di coltivare le proprie aspirazioni. Nel 2019 diventerà anche un film con Emma Watson (l’Ermione di Harry Potter) nel ruolo di Jo.
Girl power.
20) VENTIMILA LEGHE SOTTO I MARI
Jules Verne (1870)
Le avventure di un intrepido equipaggio a bordo del sottomarino Nautilus, costruito in segreto dal suo enigmatico comandante, Capitano Nemo. Un susseguirsi di vicende appassionanti che hanno fatto di questo romanzo uno dei primi capolavori del genere Azione e Avventura.
Audace.
21) LE AVVENTURE DI TOM SAWYER
Mark Twain (1876)
Sullo sfondo del possente Mississippi, in un villaggio del profondo Sud americano, l’allegro e scaltro Tom Sawyer e l’inseparabile amico Huckleberry Finn vivono mille peripezie. Il libro più bello da leggere ai bambini perché dà l’opportunità, agli adulti, di rivivere quel mix di sogni e libertà infinita che rende l’infanzia la stagione più magica della vita.
Solare.
22) L’ISOLA DEL TESORO
Robert Louis Stevenson (1883)
Il perfetto romanzo d’avventura, con lupi di mare, capitani di lungo corso, pirati, ammutinamenti e, ovviamente, la mappa di un tesoro nascosto. Scritto meravigliosamente, è un romanzo sorprendente, ricco di suspense, un libro consigliato soprattutto a chi legge i migliori thriller contemporanei.
Avventuroso.
23) GERMINAL
Émile Zola (1885)
Tra i libri più belli da leggere del realismo francese. Etienne lavora nelle miniere durante la seconda rivoluzione industriale in condizioni disumane. Si innamora, organizza la resistenza e l’eccidio di lavoratori con cui lo sciopero si chiude sarà il seme da cui germineranno (da qui il titolo del libro) più giustizia e uguaglianza.
Feroce.
24) IL CARTEGGIO ASPERN E ALTRI RACCONTI
Henry James (1888)
Tre città molto amate da James fanno da sfondo ai tre racconti di questo libro. Venezia, e la storia di un misterioso manoscritto, Roma dove si consuma il dramma di Daisy Miller e Firenze, che sottende ai ricordi della giovinezza e a un’ossessione.
Raffinato.
25) IL PIACERE
Gabriele d’Annunzio (1889)
Giovane, elitario e raffinato dandy romano, Andrea Sperelli vive la vita come fosse un’opera d’arte. Circondato di donne, conquista un’affascinante contessa vedova, Elena Muti, la quale però lo lascia dopo alcuni mesi pur essendone ancora innamorata. Disperato, si dà alla perdizione finché non incontra la timida e spirituale Maria Ferres. Invaghito dell’una e dell’altra, finirà per essere lasciato da entrambe.
Estetico.
26) IL RITRATTO DI DORIAN GRAY
Oscar Wilde (1890)
Ispirata al celebre Faust di Goethe, è la storia del bellissimo Dorian, che vende l’anima al diavolo per non invecchiare mai, iniziando così una vita dissoluta. Particolari scandalosi ai tempi ora fanno sorridere, ma rimane comunque un libro da leggere nel 2019, anche perché racchiude i migliori aforismi di Wilde, folgoranti e witty, si direbbe in inglese, ossia sorprendenti e pieni di spirito.
Decadente.
27) L’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI
Sigmund Freud (1899)
Pur non essendo un’opera di narrativa in senso stretto, ha cambiato la storia della narrativa mondiale: con la tematizzazione dell’inconscio, Freud ha infatti modificato per sempre la percezione che l’umanità ha di se stessa e, di conseguenza, il modo di raccontarsi. L’influenza di questo libro è pervasiva: dalla scienza alla letteratura, dalla poesia alla cinematografia. Simbolico che sia stato pubblicato proprio alle soglie del Novecento, un secolo che, letterariamente, dal pensiero di Freud ne sarà intriso!
Determinante.
28) IL MERAVIGLIOSO MAGO DI OZ
L. Frank Baum (1900)
Spazzata via da un tornado insieme al cane Totò, Dorothy lascia il profondo Kansas per ritrovarsi in un mondo bizzarro. Da allora, Oz è entrato nell’immaginario di tutti. Un libro assolutamente da leggere ai bambini, anche solo per ritrovare l’origine del celeberrimo film del 1939, diretto da Victor Fleming e interpretato da Judy Garland.
Iconico.
29) IL GIORNALINO DI GIAN BURRASCA
Vamba (1901)
Il libro è scritto in forma di diario di Giannino Stoppani, detto Gian Burrasca per la sua terribile attitudine a disubbidire o cacciarsi nei guai. Piace a tutti i bambini e va letto anche solo perché il nome del protagonista indica, ancora, per antonomasia un bambino indisciplinato.
Scatenato.
30) PETER PAN
James M. Barrie (1911)
Lungi dall’essere rassicuranti libri per bambini, Peter Pan e Wendy e Peter Pan nei giardini di Kensington sono in realtà un inno alla selvaggia, crudele, demistificatrice potenza dell’infanzia e una riflessione sul tempo che scorre e non torna mai più. Da leggere, nella versione integrale, ai bimbi (che ameranno le avventure nell’Isola che Non C’è), come scusa per rileggerlo da adulti (e afferrarlo in tutta la sua complessità).
Panico.
31) SIDDHARTHA
Hermann Hesse (1922)
Forse il miglior momento per leggere questo romanzo di formazione è il periodo inquieto dell’adolescenza. Il protagonista, la cui storia è ispirata alla figura storica del Buddha, è il figlio di un brahmino che dall’inconsapevolezza della gioventù arriva, in vecchiaia, alla saggezza. Altro grande tema del libro, oltre a quello del percorso spirituale, è l’amicizia.
Illuminato.
32) IL PROFETA
Kahlil Gibran (1923)
Tra i libri più venduti di ogni tempo è una raccolta di poesie in prosa legate da un filo comune narrativo, la ricerca di una dimensione spirituale e l’armonia tra mente e natura, gioia e dolore.
Spirituale.
33) LA COSCIENZA DI ZENO
Italo Svevo (1923)
Chiunque l’abbia già letto non può che sorridere al ricordo di quell’ U.S. (ultima sigaretta) di Zeno Cosini, protagonista del libro, un uomo alla ricerca perpetua di una cura al suo malessere. Nevrotico, meschino, tormentato… eppure a lui ci si affeziona. Per i lettori italiani, senz’altro un libro da leggere assolutamente almeno una volta nella vita.
Introspettivo.
34) VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE
Louis-Ferdinand Céline (1923)
Il titolo suggestivo di questo romanzo semi-autobiografico deriva dalla strofa di una canzone: «La nostra vita è come il viaggio / di un viandante nella notte; / ognuno ha sul suo cammino / qualcosa che gli dà pena.» Una cupa e lucida fotografia del ‘900.
Nichilista.
35) LA MONTAGNA INCANTATA
Thomas Mann (1924)
Una vera opera-mondo: fedele e complesso ritratto della civiltà occidentale di primo Novecento. Nel sanatorio svizzero di Berghof, il giovane protagonista arriva come un solido e rispettabile borghese, ne esce sei anni dopo completamente trasformato. Paragonato dallo stesso autore a una ricerca del Graal in forma di romanzo.
Iniziatico.
36) LA SIGNORA DALLOWAY
Virginia Woolf (1925)
Il flusso di coscienza di una londinese dell’alta borghesia durante la giornata di preparazione di una festa. La trama sembra inconsistente, come in tutti i libri dell’autrice, ma è tra i libri da leggere assolutamente perché racchiude la vita intera: la fugacità delle emozioni, l’incomunicabilità, l’amore per l’esistenza e per l’indicibile, quei famosi momenti d’essere che la Woolf tematizzò come il fulcro fuggente della sua poetica.
Epifanico.
37) IL PROCESSO
Franz Kafka (1925)
«Qualcuno doveva averlo calunniato, perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina Josef K. fu arrestato.» La passiva accettazione dell’ineluttabilità di una giustizia che funziona inesorabile come una macchina grottesca, con logiche autoreferenziali e insondabili. A nulla servono la razionalità e la lucidità di Josef K., arrestato e processato per motivi che rimangono imperscrutabili.
Angosciante.
38) UNO, NESSUNO, CENTOMILA
Luigi Pirandello (1926)
Vitangelo, ricco trentenne, si accorge all’improvviso, da un’osservazione della moglie, di avere il naso un po’ storto. Da questo episodio apparentemente banale, scopre pian piano di non essere, per gli altri, quello che crede di essere. Cercherà per tutto il libro di distruggere le centomila immagini che gli altri vedono di lui, ma finirà pazzo in ospizio. Una critica profonda e vitalistica al concetto di identità.
Critico.
39) ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO
Marcel Proust (1927)
Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo […] perché subito l’essenza permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata, e il nostro vero io che, talvolta da molto tempo, sembrava morto, […] si svegli. Nel Guinness dei Primati come romanzo più lungo della storia, suddiviso in 7 volumi, è un viaggio nel ricordo, nel tentativo di riportarlo in vita.
Torrenziale.
40) PIETR IL LETTONE: LE INCHIESTE DI MAIGRET
Georges Simenon (1931)
Il giallo che segna la nascita del commissario francese più celebre, protagonista di ben 75 romanzi: il commissario Maigret. Massiccio, burbero, accanito fumatore di pipa, Maigret segna un punto di svolta nella letteratura polizesca: il focus non è tanto sul delitto e su chi sia il colpevole, ma sulle motivazioni per cui è stato compiuto. Libro giallo da leggere assolutamente dunque, ma anche tanta commedia umana.
Umano.
41) IL MONDO NUOVO
Aldous Huxley (1932)
Pietra miliare della narrativa distopica, il romanzo racconta una società del futuro, forgiata da tecnologie riproduttive, eugenetica e controllo mentale. La traduzione letterale del titolo, Brave New World, sarebbe L’eccellente mondo nuovo (verso della Tempesta di Shakespeare) in cui è evidente l’ironia di un mondo così perfetto da risultare disumano. Libro assolutamente da leggere nella vita, anche perché anticipa molti temi attuali.
Allarmante.
42) LA FATTORIA DELLE MAGRE CONSOLAZIONI
Stella Dorothea Gibbons (1932)
Scritto da quella che fu definita la Jane Austen del Novecento, è tra i longseller più longevi in Inghilterra. Racconta la vita di Flora, educata in modo eccellente a fare tutto tranne che a guadagnarsi da vivere, in una fattoria gestita da lontani parenti. Posto bislacco dove le mucche si chiamano Rozza e Senzascopo e dove la nonna tiene in scacco l’intera famiglia… Tra i libri più belli e divertenti del primo ‘900.
Esilarante.
43) AL DIO SCONOSCIUTO
John Steinbeck (1933)
Tradotto in italiano da Eugenio Montale nel 1946, è la storia di Joseph Wayne, agricoltore che lascia il Vermont per stabilirsi in California. Dopo aver perso moglie e fratello in circostanze diverse, diventa un uomo duro, in rapporto conflittuale con Dio, oscillante tra l’adorazione pagana delle meravigliose e terribili forze della natura e la divinità “razionalizzata” dagli uomini.
Primigenio.
44) MARY POPPINS
P.L. Travers (1934)
Molti hanno visto il film di Walt Disney (1964), ma in pochi conoscono la serie di libri a cui si ispira. La figura inventata dalla misteriosa scrittrice P.L. Travers è molto diversa dalla solare bambinaia impersonata da Julie Andrews e il motivo per cui è nato il personaggio spezza letteralmente il cuore.
Liberatorio.
45) LA NAUSEA
Jean-Paul Sartre (1938)
— Il protagonista del libro, Roquentin, si trova a scrivere la sua tesi di storia a Bouville, tra feroci persone dabbene (spiega lo stesso Sartre). Solo, assillato dai propri pensieri e da quella sensazione composita, che non può che definire nausea, capisce che il malessere è l’Esistenza stessa che si svela, ingiustificata e ingiustificabile. Oltre a essere un romanzo da leggere assolutamente nella vita è la summa del pensiero esistenzialista del ‘900.
Esistenziale.
46) DIECI PICCOLI INDIANI
Agatha Christie (1939)
— Semplicemente, il giallo più letto al mondo: dieci sconosciuti si ritrovano a soggiornare su un’isola, in una villa lussuosa, su invito di un ospite misterioso, ma iniziano ad essere uccise a una a una, nelle loro stanze è affissa un’inquietante filastrocca su dieci negretti (il titolo originale del libro è Ten Little Niggers) che, uno dopo l’altro, muoiono in modi differenti…
Criminale.
47) IL DESERTO DEI TARTARI
Dino Buzzati (1940)
L’ufficiale Giovanni Drogo è di stanza alla Fortezza, ultimo avamposto ai confini di un paese immaginario. La sua principale occupazione è scrutare il deserto. Tema centrale del romanzo è lo scorrere del tempo in un flusso il cui senso è dato solo dall’arrivo del nemico all’orizzonte. Nell’attesa della “grande occasione” di uno scontro si consuma la vita di Drogo.
Sospeso.
48) IL MONDO DI IERI
Stefan Zweig (1942)
Autobiografia pubblicata un anno prima del suicidio dell’autore, intellettuale austriaco ebreo amico di Freud, Rodin, Rilke, Pirandello, Strauss, Dalì… Emerge il ritratto della fervida Europa di allora, dalla Vienna al culmine della bellezza, fino al baratro della follia nazista.
Nostalgico.
49) IL PICCOLO PRINCIPE
Antoine de Saint-Exupéry(1943)
Chi non conosce questo libro? Un pilota di aerei, precipitato nel deserto, incontra un bimbo bizzarro che gli chiede di disegnargli una pecora. I due stringono amicizia e il bambino rivela di essere il principe di B-612, un lontano asteroide sul quale abita solo, prendendosi cura di una rosa molto vanitosa…
Essenziale.
50) FINZIONI
Jorge Luis Borges (1944)
— Geniale scrittore, poeta, saggista, traduttore e accademico argentino, Borges ha dato un contributo fondamentale alla narrativa filosofica e al fantasy come reinvenzione della realtà tanto che borgesiano è oggi un aggettivo per esprimere l’onirico, fantastico, libresco e labirintico. In realtà, tutti i suoi libri sono assolutamente da leggere.
Erudito.
51) SE QUESTO È UN UOMO
Primo Levi (1947)
— «Considerate se questo è un uomo/ Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no.» sono i versi introduttivi dell’opera, ispirati a una preghiera ebraica e ne spiegano il titolo. La vita di un uomo in un lager nazista. Da uno scrittore italiano, un libro che in tutto il modo considerano da leggere assolutamente.
Imprescindibile.
52) 1984
George Orwell (1948)
— Capolavoro distopico, racchiude gli elementi più inquietanti del nostro futuro. In un contesto post-atomico, la super potenza di Oceania è governata da un Partito totalitario, comandato dal Grande Fratello. La dissidenza è impossibile.
Visionario.
53) CONFESSIONI DI UNA MASCHERA
Yukio Mishima (1949)
Il romanzo che rese famoso l’autore, a 24 anni, in tutto il mondo. Oggi è forse lo scrittore giapponese più celebre del ‘900 (si suicidò a 45 anni, seguendo il rituale samurai del seppuku). Nel libro, il protagonista racconta la presa di coscienza della propria omosessualità. Poetico, colto e raffinato narra con sensibilità sorprendentemente contemporanea l’amore e il desiderio, il corpo e l’anima.
Incantato.
Cronache marziane – Ray Bradbury
Il giovane Holden – J. D. Salinger
Memorie di Adriano – Marguerite Yourcenar
Il signore delle mosche – William Golding
Il signore degli anelli – J.R.R. Tolkien
Lolita – Vladimir Nabokov
Sulla strada – Jack Kerouac
Quer pasticciacio brutto di via Merulana – Carlo Emilio Gadda
Il gattopardo – Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Memorie di una ragazza perbene – Simone de Beauvoir
La noia – Alberto Moravia
Il buio oltre la siepe – Harper Lee
Le favole al telefono – Gianni Rodari
Lessico famigliare – Natalia Ginzburg
Opinioni di un clown – Heinrich Böll
La fabbrica di cioccolato – Roald Dahl
Gli interpreti – Wole Soyinka
Cent’anni di solitudine – Gabriel García Márquez
Momo – Michael Ende
La storia – Elsa Morante
Le città invisibili – Italo Calvino
Diario – Etty Hillesum
Vista con granello di sabbia – Wislawa Szymborska
Il racconto dell’ancella – Margaret Atwood
Il nome della rosa – Umberto Eco
Tutte le poesie – Sylvia Plath
Non ci sono solo le arance – Janette Winterson
Trilogia della città di K. – Ágota Kristóf
IT – Stephen King
Danubio – Claudio Magris
Verso Occidente l’impero dirige il suo corso – David Foster Wallace
Camere separate – Pier Vittorio Tondelli
Jurassic Park -Michael Crichton
American Psycho – Bret Easton Ellis
Il mondo di Sofia – Jostein Gaarder
Patrimonio – Philip Roth
Il ragazzo giusto – Vikram Seth
Cecità – José Saramago
Un indovino mi disse – Tiziano Terzani
Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare – Luis Sepúlveda
Il diario di Bridget Jones – Helen Fielding
Memorie di una geisha – Arthur Golden
Il dio delle piccole cose – Arundhati Roy
Underworld – Don DeLillo
Harry Potter e la Pietra Filosofale – J.K. Rowling
Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay – Michael Chabon
Il lupo della steppa- Herman Esse, IL MIO PREFERITO :)
54) CRONACHE MARZIANE
Ray Bradbury (1950)
La storia (immaginaria) della colonizzazione di Marte fino a quando, nel 2026, una guerra atomica richiama i coloni sulla Terra. Sugli immensi mari di sabbia dell’immoto pianeta rosso, scivolano gli evanescenti velieri degli ultimi marziani, una grande, saggia civiltà che i terresti non hanno nemmeno saputo comprendere. Una metafora amara (e geniale) della miopia dell’umanità contemporanea.
Malinconico.
55) IL GIOVANE HOLDEN
J. D. Salinger (1951)
Holden è un sedicenne che racconta in prima persona di essere stato cacciato da scuola per cattiva condotta. Con tono confidenziale, il vivace io narrante accompagna il lettore lungo una fuga dai “grandi”, dai bassifondi di New York all’inquietudine di non avere (o volere) un posto nel mondo così com’è. C’è chi lo ama e chi lo odia, di sicuro è un romanzo di formazione assolutamente da leggere: ha fatto scuola.
Esemplare.
56) MEMORIE DI ADRIANO
Marguerite Yourcenar (1951)
Per scrivere questo libro capolavoro, Yourcenar lesse tutto ciò che poteva aver letto Adriano. Ricostruì così la figura storica del grande imperatore romano, statista, ma anche un uomo che rispecchia i problemi e le gioie degli esseri umani di ogni tempo.
Immortale.
57) IL SIGNORE DELLE MOSCHE
William Golding (1954)
A seguito di un incidente aereo, 12 ragazzini naufragano su un’isola deserta. Eleggono un capo, organizzano turni per mantenere acceso il fuoco (ed essere visibili a una squadra di soccorso). Ma la situazione degenera, tra gruppi rivali e violenza, fino a che ordine, democrazia e cooperazione vengono spazzate via in un turbine di morte. Libro che valse all’autore il Premio Nobel alla letteratura.
Ferino.
58) IL SIGNORE DEGLI ANELLI
J.R.R. Tolkien (1954 – 1955)
Saga fantasy fuori dal tempo, ambientata in un mondo immaginario, la Terra di Mezzo, ricostruito con cura ossessiva, è tra i libri da leggere assolutamente non tanto perché sia un romanzo d’avventura appassionante, quanto perché propone, in chiave simbolica, la lotta atavica tra il bene e il male, dentro e fuori l’individuo, che esso sia un essere umano, un elfo o uno hobbit poco importa.
Immoto.
59) LOLITA
Vladimir Nabokov (1955)
Scritto in inglese da un russo, rifiutato da 4 editori per il tema scabroso e pubblicato infine in francese, il libro racconta, dal punto di vista di un professore di 37 anni, la sua passione ossessiva per un’adolescente. Per questo libro, il termine “lolita”, per antonomasia, ha ora in tutto il mondo il significato di “piccola seduttrice”.
Disturbante.
60) SULLA STRADA
Jack Kerouac (1957)
Manifesto della Beat Generation, racconta i viaggi del protagonista per gli USA, in bus o in autostop. Inno alla libertà contro materialismo e consumismo, filosofia dell’andare ad ogni costo, ha uno stile incalzante, visionario, poetico. Fu scritto in 3 settimane, qualcuno dice sotto effetto di caffé e benzedrina, su un rotolo di carta da tappezzeria battuta poi all’asta per 2 milioni di dollari.
Ribelle.
61) QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DI VIA MERULANA
Carlo Emilio Gadda (1957)
Un fuoco d’artificio lessicale, questo libro che disquisisce allegro di semaforismo, velocipedastri, discipline viatorie e gioca coi dialetti dei personaggi, dipingendo la vivace vita della Roma tra le due guerre. L’orribile delitto di via Merulana si dipana in un giallo di cui nemmeno poi si sa il colpevole, ma è il raccontare che conta e che conquista.
Fantasmagorico.
62) IL GATTOPARDO
Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1958)
Pubblicato postumo, vinse il Premio Strega e divenne uno dei libri italiani più famosi al mondo. Narra le trasformazioni avvenute nella società siciliana nel Risorgimento, dal regime borbonico al Regno d’Italia. Celeberrime la frase Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi come anche la trasposizione cinematografica di Luchino Visconti.
Crepuscolare.
63) MEMORIE DI UNA RAGAZZA PERBENE
Simone de Beauvoir (1958)
In tempi di #MeeToo, è un libro da leggere assolutamente. Racconta in forma di diario la vita di una donna che cerca un proprio posto nel mondo, lo scontro con la famiglia e l’ambiente sociale da cui proviene, borghese e bigotto, e poi l’amore e l’amicizia… si conoscono intimamente, grazie al libro, figure del calibro di Simone Weil, Merleau-Ponty, Jean-Paul Sartre…
Ispiratore.
64) LA NOIA
Alberto Moravia (1960)
Specchio profondo, spietato, esistenzialista della borghesia italiana del boom economico, racconta la vita di un pittore sfaccendato, del suo rapporto irrisolto con la madre e dell’amore distruttivo per una donna che alla fine lo rifiuterà. Un romanzo che è una lucida critica al rapporto con la realtà esercitato dall’individuo contemporaneo attraverso la sola categoria del possesso.
Lucido.
65) IL BUIO OLTRE LA SIEPE
Harper Lee (1960)
In una chiusa e razzista città dell’Alabama, il processo a un bracciante nero accusato ingiustamente di aver aggredito una ragazza bianca scatena conseguenze insospettabili per i figli dell’avvocato difensore. Un capolavoro in cui il buio oltre la siepe del titolo italiano rappresenta l’ignoto e la paura che genera il pregiudizio.
Amaro.
66) LE FAVOLE AL TELEFONO
Gianni Rodari (1962)
Il maestro italiano dei giochi di parole non può mancare nella lista dei libri da leggere assolutamente nella vita. Rodari è stato l’unico vincitore italiano del prestigioso Premio Hans Christian Andersen e uno fra i principali teorici dell’arte di inventare storie.
Giocoso.
67) LESSICO FAMIGLIARE
Natalia Ginzburg (1962)
Noi siamo cinque fratelli, spiegò la stessa autrice, Abitiamo in città diverse… Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola, una frase, una di quelle frasi antiche nel tempo della nostra infanzia per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti. Attraverso le frasi emergono il mondo della famiglia Levi e personaggi indimenticabili. Premio Strega 1963.
Famigliare.
68) OPINIONI DI UN CLOWN
Heinrich Böll (1963)
Hans è un giovane clown che, dopo essere stato lasciato, non fa più ridere. Sull’orlo di un esaurimento, guarda la realtà con occhio critico, vede una società costruita sulle ipocrisie e la falsità, sui valori di una borghesia conservatrice dapprima favorevole al nazismo e poi pronta a riproporre, nel nuovo quadro sociale democratico, i suoi riti e i suoi pregiudizi.
Spietato.
69) LA FABBRICA DI CIOCCOLATO
Roald Dahl (1964)
Le magnifiche storie di Dahl salvano dalla noia, dalla tristezza e dalle ingiustizie tutti i bambini che le leggono, scriveva la mitica editor di libri per ragazzi Donatella Ziliotto. Per avere (avuto) un’infanzia perfetta di questo autore bisognerebbe aver letto tutto, ma di certo questa è la storia più famosa, grazie anche ai film, uno del ’71 di Tim Stuart e l’altro del 2005 di Tim Burton.
Sorprendente.
70) GLI INTERPRETI
Wole Soyinka (1965)
La storia di cinque ragazzi che rientrano nel loro Paese dopo aver studiato all’estero, vivono così le problematiche e i tormenti della Nigeria postcoloniale. Premio Nobel per la letteratura, Soynca è uno dei più importanti esponenti della letteratura dell’Africa sub-sahariana.
Disilluso.
71) CENT’ANNI DI SOLITUDINE
Gabriel García Márquez (1967)
Il libro più celebre del Premio Nobel colombiano che lo rese esponente di spicco del movimento magico-realista della letteratura latinoamericana. Il romanzo racconta la storia di una famiglia, i Buendìa, a partire dal capostipite, Antonio, fondatore della città di Macondo.
Sognante.
72) MOMO
Michael Ende (1973)
Il libro più famoso di questo scrittore fantasy tedesco è La storia infinita, senz’altro un libro da leggere. Inseriamo tuttavia Momo tra i 100 libri da leggere assolutamente nella vita perché il tema di fondo è estremamente attuale: la gestione del tempo nella società contemporanea e l’alienazione dalla vera felicità.
Metaforico.
73) LA STORIA
Elsa Morante (1974)
La storia di una maestra e di suo figlio Giuseppe (Useppe) a Roma, intrecciata e influenzata dalla Seconda Guerra Mondiale. Personaggi vividi che diventano amici e amara sensazione di una Storia che ha, sulle nostre vite, conseguenze che subiamo senza comprenderne del tutto il perché. Libro capolavoro senza se e senza ma.
Dolceamaro.
74) LE CITTÀ INVISIBILI
Italo Calvino (1974)
L’espediente che consente a Calvino di raccontare, in brevi descrizioni, 55 città fantastiche e surreali, poetiche ed evanescenti, è il dialogo tra Marco Polo e l’imperatore dei Tartari, che interroga l’esploratore sulle città del suo immenso impero. Contiene brani di pura, immaginifica potenza letteraria.
Pirotecnico.
75) DIARIO
Etty Hillesum (1981)
Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra. Il diario racconta gli ultimi anni di vita di Hetty, morta ad Auschwitz nel ‘43. Viva testimonianza della Shoah, come il più famoso Diario di Anna Frank, lo scegliamo perché racconta l’Olocausto con lo sguardo di una fine intellettuale di 30 anni.
Commovente.
76) VISTA CON GRANELLO DI SABBIA
Wislawa Szymborska (1957-1993)
Devo molto/a quelli che non amo./Non li aspetto/dalla porta alla finestra./Paziente/quasi come una meridiana,/capisco/ciò che l’amore non capisce,/perdono/ciò che l’amore mai perdonerebbe. Raccolta di versi che attraversa l’opera intera della poetessa, premiata con il Nobel nel 1996.
Luminoso.
77) IL RACCONTO DELL’ANCELLA
Margaret Atwood (1985)
Osteggiato in alcune scuole degli USA, ispiratore di una delle serie TV più amate degli ultimi anni, tra i punti di riferimento del movimento neofemminista, è un libro da leggere per l’estrema attualità. Racconta un mondo distopico in cui le donne sono prive diritti universali, complice la connessione tra patriarcato e religione.
Politico.
78) IL NOME DELLA ROSA
Umberto Eco (1980)
Sulla genesi di quest’opera, Eco stesso ha affermato: ricordo di aver passato un anno intero senza scrivere un rigo. Leggevo, facevo disegni, diagrammi, insomma inventavo un mondo. Ho disegnato centinaia di labirinti e di piante di abbazie, basandomi su altri disegni, e su luoghi che visitavo. Da questo lavoro incessante è nato un libro da leggere assolutamente.
Misterioso.
79) TUTTE LE POESIE
Sylvia Plath (1982)
Pubblicato anni dopo il suicidio dell’autrice (1963), è un libro da leggere perché distilla una delle voci poetiche più potenti e intime del Novecento. Queste poesie sono scosse da versi illuminati sull’esistenza e da un turbine di visioni stridenti: la contraddizione di essere moglie e madre, figlia irrisolta (di Sylvia Plath, molto belle, sono anche le lettere alla madre) e donna che vuole trovare la propria strada.
Potente.
80) NON CI SONO SOLO LE ARANCE
Janette Winterson (1985)
Da un’autrice Premio Pulitzer, un romanzo di formazione e pietra miliare della letteratura LGBTQ contemporanea, vincitore di numerosi premi. Nella profonda provincia inglese, presso la famiglia integralista che l’ha adottata, Jeanette si innamora di una vicina di casa. Inizia così un percorso che la allontana dalla madre e da regole oppressive e bigotte.
Sincero.
81) TRILOGIA DELLA CITTÀ DI K.
Ágota Kristóf (1986)
In un Paese occupato militarmente, due gemelli seguono diversi destini: Lucas resta in patria, Klaus fugge nel mondo cosiddetto libero. Quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di macerie morali. Nessuna frase o sinossi può descrivere il colpo allo stomaco ben assestato da questa scrittrice ungherese che parla dell’orrore della guerra vista dagli occhi dei due protagonisti.
Crudele.
82) IT
Stephen King (1986)
Il vero orrore deve rimanere nascosto, essere soltanto immaginato… Ecco perché nessuna trasposizione cinematografica ha mai restituito in pieno l’horror insito in questo libro da leggere assolutamente, perché è anche un magnifico romanzo di formazione che parla di infanzia, amicizia, valori, perdite e tempo che scorre.
Formativo.
83) DANUBIO
Claudio Magris (1986)
Il libro forse più famoso di Magris che, fra romanzo e saggio, racconta il vecchio fiume Danubio, dalle sorgenti al Mar Nero, ripercorrendo insieme la propria vita e le stagioni della cultura contemporanea, le sue fedi e le sue inquietudini.
Sterniano.
84) VERSO OCCIDENTE L’IMPERO DIRIGE IL SUO CORSO
David Foster Wallace (1989)
Tra gli scrittori più innovativi degli ultimi 20 anni, morto suicida nel 2008. Il colossale Infinite Jest e Il re pallido (finalista al Premio Pulitzer) sono i suoi romanzi più noti, questo lungo romanzo/racconto è però una chicca che racchiude tutta la surreale genialità dell’autore, epigono della narrativa postmoderna. 6 personaggi in viaggio nello sterminato MidWest, un esercizio stilistico fenomenale.
Postmoderno.
85) CAMERE SEPARATE
Pier Vittorio Tondelli (1989)
Leo, omosessuale, è alle prese con l’enorme dolore della perdita del compagno, Thomas, un giovane musicista tedesco. I flashback permettono di ricostruire la commovente relazione tra i due. Un libro definito un adagio condotto sull’interiorità e sul rinvenimento delle motivazioni profonde.
Introspettivo.
86) JURASSIC PARK
Michael Crichton (1989)
Un pilastro della fiction d’avventura, tra azione e scienza. In un’isola sperduta al largo del Costa Rica, grazie all’ingegneria genetica, un milionario fa ritornare in vita dinosauri e li racchiude in un parco di attrazioni biologiche che si trasforma presto in un incubo.
Avvincente.
87) AMERICAN PSHYCO
Bret Easton Ellis (1991)
Raccontata in prima persona, è la storia di Patrick Bateman, ricco figlio di papà che frequenta gli ambienti più esclusivi di Manhattan. In realtà è un efferato serial killer e racconta nel minimo dettaglio come uccide le sue vittime. Scrittura asciutta, sperimentale, una critica alla società del consumo e all’alienante condizione dell’individuo che ne deriva. Un capolavoro postmoderno da leggere (per stomaci forti).
Agghiacciante.
88) IL MONDO DI SOFIA
Jostein Gaarder (1991)
Sofia Amundsen, quindicenne, comincia a ricevere lettera anonime che contengono curiose domande filosofiche. Chi sarà ad averle scritte e perché? Romanzo filosofico che racchiude magnificamente un giallo, ma anche e soprattutto 3.000 anni di pensiero in circa 600 pagine.
Filosofico.
89) PATRIMONIO
Philip Roth (1991)
Recentemente scomparso, Philip Roth è un mostro sacro della letteratura contemporanea, conosciuto soprattutto per il suo dissacrante Lamento di Portnoy. In questo libro racconta una storia più intima: la relazione travagliata di un figlio e di un padre vedovo, che si ammala di tumore e che il figlio deve assistere. Bellissimo, anche per l’argomento che pone l’individuo davanti a un tema universale: la morte di un proprio caro.
Catartico.
90) IL RAGAZZO GIUSTO
Vikram Seth (1993)
India anni ’50. Lata deve sposare il “ragazzo giusto”, scelto dalla madre. La sua storia si intreccia a quella della famiglia e di un Paese dalla cultura millenaria… Il Presidente indiano ha recentemente consegnato all’autore il Premio 25 Greatest Global Living Indian Legends, riconoscimento che viene consegnato alle personalità indiane più influenti a livello internazionale.
Esotico.
91) CECITÀ
José Saramago (1995)
In uno spazio-tempo imprecisato, l’intera popolazione diventa cieca per un’inspiegabile epidemia. Premio Nobel per la Letteratura, l’autore portoghese delinea in questo libro una storia di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, sul potere e la sopraffazione, sulla guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con un catartico spiraglio di luce e salvezza.
Cupo.
92) UN INDOVINO MI DISSE
Tiziano Terzani (1995)
Nel 1976, a Hong Kong, un vecchio indovino cinese disse al giornalista dello Spiegel Tiziano Terzani: «Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare mai». Per l’autore, il monito si tramutò nell’occasione di riscoprire la vera Asia, quella della gente comune che si incontra a piedi, nei treni, sui bus, per nave… Serio, profondo, ironico o divertito, lo sguardo dell’autore fa scoprire, a chi legge, un intero, meraviglioso continente.
Curioso.
93) STORIA DI UNA GABBIANELLA E DEL GATTO CHE LE INSEGNÒ A VOLARE
Luis Sepúlveda (1996)
Un libro per tutte le età in cui – come nelle antiche favole di Esopo – sono i protagonisti animali a insegnare, della vita, l’essenziale, in questo caso il valore dell’amicizia e la voglia di farcela. Vola solo chi osa farlo, motto spesso citato e rintracciabile online sui siti e nei contesti più disparati, viene proprio da questo esile libro, decisamente da leggere, almeno una volta nella vita.
Essenziale.
94) IL DIARIO DI BRIDGET JONES
Helen Fielding (1996)
Ispirato a Orgoglio e pregiudizio, è la moderna educazione sentimentale di una trentaduenne pasticciona. In mezzo a tanti capolavori più “seri”, è un libro da leggere perché ha dato avvio a un nuovo genere di narrativa rosa e leggera dominata da protagoniste piene di difetti, e proprio per questo irresistibili. Se ora sembra qualcosa di già visto o letto, è perché, dopo il ’96, in molti lo hanno copiato.
Esilarante.
95) MEMORIE DI UNA GEISHA
Arthur Golden (1997)
Il suo nome era Sayuri. Aveva una sola ricchezza: il suo fascino. Divenne la geisha più famosa del Giappone. Un libro toccante e avvincente su un mondo quasi del tutto scomparso. Assolutamente da leggere, considerato ormai un grande classico contemporaneo.
Affascinante.
96) IL DIO DELLE PICCOLE COSE
Arundhati Roy (1997)
Vincitore del prestigioso Booker Prize, libro più venduto in tutto il mondo nella storia di questo premio, racconta l’amore proibito tra una donna separata e un paria, visto dalla prospettiva dei figli di lei. Sullo sfondo dell’India, in uno stile immaginifico, risuona la critica più radicale a ogni legge che stabilisca chi si deve amare, e come, e quanto.
Immaginifico.
97) UNDERWORLD
Don DeLillo (1997)
Dà il via alla narrazione di questo capolavoro assolutamente da leggere della narrativa postmoderna una palla da baseball, intercettata da un ragazzino dopo una storica battuta fuoricampo che fece vincere un’importante partita ai Giants. Da lì, seguendo il fil rouge della palla, si dipana la storia di una civiltà, tra suspense e filosofia, critica alla società di massa e sperimentalismo letterario.
Imponente.
98) HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE
J.K. Rowling (1997)
Con questo libro inizia la saga fantasy che ha forgiato l’immaginario di intere generazioni. Tradotta in 68 lingue e con oltre 400 milioni di copie vendute, è il fenomeno letterario più grande della storia dopo la Bibbia. Da lettori appassionati, onta a chi ha visto i bellissimi film senza aver letto i meravigliosi libri da cui sono tratti!
Magico.
99) LE FANTASTICHE AVVENTURE DI KAVALIER E CLAY
Michael Chabon (2000)
Il romanzo che valse il Premio Pulitzer all’autore è incentrato sulla fuga. Segue le vite di un artista cecoslovacco e di uno scrittore americano, ebrei, prima durante e dopo la Seconda Guerra mondiale. Un’ epopea del sogno americano, di ricerca, affermazione e sconfitta.
Totalizzante.
100) IL LUPO DELLA STEPPA. 1927- Der Steppenwolf- TIT. ORIG.-.
Hermann Hesse: la vita come melodia di contrasti
"L’occhiata del lupo della steppa trapassava tutta la nostra epoca, tutto questo lavorio affaccendato, tutta la smania di arrivare, la vanità, il gioco superficiale di una spiritualità terra terra e piena di albagia... "
Il lupo della steppadi Hermann Hesse si apre con la nota di un personaggio, chiamato il "curatore", che è il nipote dell'affittacamere che dà ospitalità per mesi al protagonista del romanzo Harry Haller.
Nel raccontare l'incontro con quest'uomo enigmatico, che diceva di chiamarsi "il pazzo", "il vero lupo della steppa", tanta attenzione è posta alla descrizione del suo sguardo.
Gli occhi di questo lupo hanno la capacità di andare più a fondo rispetto a quelli degli altri, oltre le miserie del tempo, i dettami della cultura, i riti della vita borghese.
A fondo fino al cuore dell'umanità.
Questo sguardo è lo stesso che aveva Hermann Hesse.
Prolifico intellettuale,scrittore dei contrasti, viandante di una costante ricerca spirituale e di senso, Hesse ci ha lasciato testimonianza viva del suo pensiero in una molteplicità di testi -romanzi, racconti, leggende, fiabe, saggi, liriche, scritti autobiografici- che oggi ci appaiono come un'unica grande storia alla luce della loro precisa coerenza tematica.
L'intera opera di Hesse è scandita dalla scoperta e dall'affermazione dell'identità.
I suoi personaggi sono viaggiatori inquieti che si avventurano nelle terre più remote dell'essere per scoprire chi sono.
Narrare non è compito del didascalico ma del creativo che deve egli in primis restare incredulo della propria originalità. Che deve creare, ovvero originare un qualcosa che nella grammatica della struttura e nel significato, sia inedito, inusuale e morbidamente poetico o tagliente e spigoloso, a seconda che essi voglia rendere un’ idea o l’altra. Non esiste lo scrittore perfetto poiché nella scrittura, l’ imperfezione della penna è quella sbavatura che rende coerente lo scritto con lo scrittore, il libro col narratore, il personaggio con le sue paure.
Chiunque può scrivere un libro. Chiunque abbia qualcosa da dire ma anche qualcosa da non dire. Anche chi non ha niente da dire. Prendi la penna e inizia a riempire… spazi, tempi, istanti, sale da tè, biblioteche, la tua camera. Rendi ciò che vedi ma anche ciò che senti e ciò che odori in una o più parole dai diversi sapori. Assaggia le brezza di arrivare a pagina 180 e dire : “ Questo è il mio primo libro”.
Dovrai studiare e lavorare su questo testo e dovrai riguardarlo e revisionarlo, è vero. Ma tutta la parte noiosa viene poi… quando avrai la gioia immensa dentro al cuore di aver scritto più di 1800 parole che vivranno per sempre nella tiè memorie. Sarà un percorso questo che ti porterà a trovare il tuo stile, il tuo modo vero di parlare e non sarai più schiavo del “dire tanto per dire”. Sarà un’ avventura entusiasmante anche se dalla durata breve!
Allora che ne dici, iniziamo?